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Colora e ama la tua scuola

“Colora e ama la tua scuola” è un´iniziativa promossa all´interno del progetto Manualità un gioco da ragazzi che ha coinvolto i bambini della scuola elementare di Gavi (AL).

Guarda il filmato

https://www.youtube.com/watch?v=RekZefvC2Hg?rel=0

Il programma della manifestazione

Venerdì 28 settembre e venerdì 5 ottobre 2012. Scuole elementari comunali di Gavi (AL). Gli alunni della III B hanno sostituito le penne e le matite con colle e adesivi, cutter e seghetti, pennelli e rulli, addirittura con un rullo robot: hanno riposto negli zaini i quaderni e hanno fatto i compiti… sui muri della propria aula.
Due giorni davvero speciali, d’intenso lavoro anche da parte delle insegnanti e dello staff di MANOTeam, per colorare e decorare quella che è stata battezzata subito l’AULAMARE.
A pochi giorni dal fatidico suono della campanella del nuovo anno scolastico, il corpo docente delle scuole di Gavi ha deciso di aderire a “Manualità, un gioco da ragazzi”, l’iniziativa che promuove il fai da te tra i giovanissimi, scegliendo di realizzare il progetto “Colora e ama la tua scuola” e raggiungendo contemporaneamente tre obiettivi:
  • destare nei ragazzi l’entusiasmo di realizzare qualcosa di inusuale con le proprie mani
  • insegnar loro l’uso corretto di utensili, elettroutensili, colle e colori
  • educarli al rispetto degli spazi pubblici e comuni.
Dopo aver protetto gli spazi dell’aula non interessati al lavoro (cattedre, armadi, banchi) con plastiche e nastri adesivi, i ragazzi hanno impugnato rulli, pennelli e anche il nuovissimo Paintroller di BOSCH, subito ribattezzato rullo robot, e hanno tinteggiato le pareti dell’aula prescelta fino all’altezza di un metro e mezzo con un intenso azzurro cangiante.
L’AULAMARE, come hanno previsto i giovani progettisti, ha poi richiesto il popolamento delle pareti con tutti gli elementi del fondo marino: ognuno dei bambini ha scelto i suoi beniamini del mare da rappresentare sulle pareti e ne ha disegnate le sagome sul cartone; le sagome sono state incise, ritagliate e segate con gli utensili di LABOR e poste a parete con l’apposito adesivo MULTI TACK PRITT, che non danneggia la
finitura dei muri ed è di facile rimozione. A questo punto è cominciata la decorazione con i colori di MAX MEYER.
Una lezione di fai da te e di attenzione agli spazi comuni, che è stata ammirata da tutti e coronata da una serie di temi che i bambini hanno scritto ispirandosi all’ambiente marino intorno a loro.
Non solo: dopo queste intense lezioni di manualità, molti dei bambini si sono appassionati e hanno “chiesto” l’immediata iscrizione ai laboratori di fai da te che si terranno nel laboratorio di Gavi a partire dalla fine di ottobre.
“In fondo al mar, in fondo al mar.
Ci divertiamo qua sotto l’acqua
Ah che fort
una vivere insieme
In fondo al mar
In fondo al mar!”
(Granchio Sebastian, dalla Sirenetta di Walt Disney)

L’esempio di Gad

Speriamo sia di esempio per altri

Il 15 maggio scorso Gad Lerner ha partecipato attivamente alla Giornata della manualità organizzata nell’ambito del programma “Manualità, un gioco da ragazzi”, nella bella scuola dei “Vespri” a Milano. Il bravo giornalista è stato accolto dai bambini prima con curiosità e poi con entusiasmo per la sua partecipazione “diligente” e i suoi modi affabili.
Infatti Lerner, pur confessando di non averlo mai fatto in vita sua, senza batter ciglio si è messo il grembiule di plastica e ha aiutato gli alunni a tinteggiare le pareti della palestra, a piantare bulbi e semi nelle aiuole del cortile, a segare e incollare.Queste le parole del giornalista pronunciate alla fine della mattinata: “… voglio ringraziarvi, perché sono io quello che ha imparato qualcosa oggi, di quello che si può fare, davvero: il fatto di andare in televisione non ha nessun titolo di merito perché quando si tratta di prendere un pennello in mano e di fare un lavoro utile e prezioso con gli altri, magari scopri che tu che con le parole vai forte, invece sei un imbranato terribile. E quindi sfatiamo il mito della televisione che non è così importante. È molto più importante quello che fate voi qui ogni giorno…”
Manualità, un gioco da ragazzi (www.bricoyoung.it) è il progetto, di cui abbiamo più volte parlato sulle pagine di questa rivista, partito nel 2011 con la finalità di diffondere il saper fare concreto tra le nuove generazioni, riappropriandosi della manualità che porta con sé tanti stimoli e può significare per i giovani una prospettiva per nuovi lavori di domani, lavori non
inflazionati di cui c’è richiesta, ma a cui spesso i giovani non hanno accesso perché non li conoscono e non hanno la preparazione adatta.

Grazie a questo progetto ci rendiamo conto che la realtà del Paese si distacca molto dai discorsi fumosi, dalla litigiosità, dall’inconcludenza esasperante della nostra politica. Ogni giorno impegnandoci per inseguire il nostro obiettivo entriamo in contatto con gente meravigliosa che ci permette di andare avanti ottenendo risultati importanti. Sono gli animatorivolontari, che con generosità dedicano il loro tempo libero a insegnare ai bambini nei 60 laboratori sparsi in tutta Italia, sono gli insegnanti e i dirigenti delle scuole, i sacerdoti che seguono gli oratori, i presidenti di associazioni che offrono gli spazi e l’assistenza per avviare le nostre sedi, sono le aziende produttrici e partner del progetto che ci sostengono nell’iniziativa finanziariamente e con generose forniture di utensili e materiali. E poi ci sono i bambini che partecipano attivamente e con gioia alle lezioni trasferendo il loro sorprendente entusiasmo anche ai genitori. Il progetto è stato sostenuto anche dalle parole di approvazione e di elogio da parte di personaggi di spicco, scrittori, giornalisti, professori, architetti, imprenditori, tutte cose che ci motivano molto. Ma l’esempio di Gad Lerner, per sua stessa ammissione così lontano dalla concretezza della manualità, è stato qualcosa di speciale, un messaggio davvero importante, un primo tassello per costruire un nuovo modello culturale che ridia alle attività manuali la dignità che meritano. Speriamo che tanti altri lo seguano!

 

Futuro artigiano, intervista a Stefano Micelli

 Il lavoro non si cerca, si crea

Questo è il titolo di un saggio interessante, di facile lettura, che indica con chiarezza una via di crescita mettendo alla base non un ritorno al passato, ma la valorizzazione della manualità e della tradizione del nostro Paese, unita alla tecnologia e alla capacità imprenditoriale. Stupisce favorevolmente il fatto che l’autore sia un intellettuale, nonché giovane docente di Economia e Gestione delle Imprese all’Università Ca’ Foscari di Venezia; il professor Stefano Micelli, anche grazie al lavoro di due anni speso in visite presso piccoli operatori e grandi manifatture, ha potuto argomentare la sua teoria in maniera convincente e documentata.

“Futuro artigiano”, titolo provocatorio per tanti, ma musica per le nostre orecchie, visto che da 40 anni sosteniamo la valenza della manualità e la divulghiamo.
Qual è la sua ricetta innovativa?

La ricetta per il rilancio di un pezzo importante della nostra economia, in particolare di quei settori che etichettiamo come Made in Italy, l’abbiamo sotto il naso. è quel sapere artigiano che rende possibili i successi internazionali delle nostre imprese nel campo della meccanica, della moda, del design e dell’agroalimentare. Questo saper fare artigiano rappresenta il tratto più specifico del nostro modo di fare impresa. Non è tipico solo della piccola impresa; costituisce un ingrediente essenziale anche di quella media impresa che oggi è il vero pilastro del nostro export. In quest’ultimo decennio abbiamo dato qualità manageriale a questo saper fare e abbiamo continuato a esportare nonostante la concorrenza internazionale sempre più agguerrita. Nel libro suggerisco di ripartire proprio da questo saper fare per rilanciare la nostra economia nel mercato a livello globale.

Possiamo dire che l’abilità e la tradizione artigianale italiana vanno considerate, insieme al patrimonio artistico e alla bellezza del territorio, due tra le nostre risorse esclusive, con un grande potenziale ancora da sfruttare per dare un impulso importante alla nostra economia?
Fino a oggi noi abbiamo avuto un approccio al manifatturiero, e all’economia che ne deriva, di tipo molto tradizionale; abbiamo pensato che la modernizzazione del nostro sistema industriale dovesse passare necessariamente attraverso investimenti a sostegno delle economie di scala e delle grandi dimensioni. Oggi ci rendiamo conto che le nuove tecnologie rendono, almeno in parte, queste convinzioni obsolete. Abbiamo in Italia una grandissima tradizione manifatturiera di prodotti su misura, personalizzati, a forte connotazione emotiva e culturale, che possono diventare prodotti molto apprezzati sui mercati a livello internazionale. La nuova borghesia mondiale chiede prodotti come quelli italiani a condizione che riflettano le caratteristiche di cultura e artigianalità di cui siamo depositari.

Quindi questa produzione sarebbe diretta tutta all’esportazione e dall’estero dovrebbe venire la nostra rinascita?
L’Italia ha da sempre valorizzato una forte proiezione internazionale; nell’ultimo decennio, da quando la Cina è entrata nella WTO (World Trade Organization), abbiamo fatto fatica a capire le dinamiche della nuova geografia del mondo. Agganciati a un modello transatlantico, l’asse Europa-Stati Uniti, non ci siamo accreditati a sufficienza come potenza economica nelle aree emergenti del mondo, nei BRICS, ovvero nei Paesi che oggi conoscono le migliori performance a livello internazionale. Proprio in questi Paesi bisogna raccontare l’Italia e la sua storia; se l’Italia ripartirà, sarà perché aggancerà il trend di crescita di questi Paesi.

Quali sono i soggetti che dovrebbero impegnarsi per stimolare e valorizzare il nuovo lavoro artigianale?
Credo che tutti debbano fare la loro parte: il pubblico, semplificando fisco e burocrazia, le associazioni di categoria, offrendo nuovi servizi, le università, garantendo nuovi collegamenti con la ricerca e la formazione. Ciò detto, credo molto a una nuova stagione di start up per imprese che potrebbero cambiare il nostro modello di crescita mescolando in maniera originale nuove tecnologie (in particolare nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione) con abilità artigiane tradizionali. Se noi riusciamo a lanciare questi nuovi modelli “ibridi”, se riusciamo a mettere in moto aziende manifatturiere e di servizi che nascono globali e che sono in grado di sfruttare a pieno le nuove tecnologie, allora potremo veramente contare su una rinascita del comparto e su un traino complessivo a vantaggio di tutta l’economia del Paese.

Come si fa a superare il modello culturale dominante che considera i lavori manuali occupazioni di serie B e continua a produrre giovani con professionalità di cui il mercato del lavoro non ha bisogno?
I nostri giovani li attiriamo scommettendo su vari piani. Un piano è certamente quello economico: dobbiamo essere in grado di dimostrare che dietro a questa economia ci sono delle risorse, c’è del lavoro. Non credo però che basti parlare di lavoro e di risorse. Bisogna essere in grado di tirare via un po’ di polvere dall’immagine del lavoro artigiano. Bisogna comunicarlo e renderlo attraente. Questa attività di rilancio sul piano culturale passa molto attraverso i media, soprattutto quelli di nuova generazione: bisogna inserire questa attività lavorativa nell’immaginario dei giovani e questo richiede impegno e fantasia.

Nel suo libro fa riferimento ai makers americani: quale punto di contatto ci può essere tra il loro fare e l’artigianato italiano?
I makers americani sono un movimento che possiamo chiamare di artigiani tecnologici: artigiani che guardano molto alla tecnologia, soprattutto all’elettronica. Questo fenomeno, diversamente da quanto succede in Italia, ha avuto una grande legittimazione culturale: testate famose come Wired e Make, così come istituzioni prestigiose, hanno sostenuto il movimento. La politica poi si è interessata a queste dinamiche appoggiando tutta un’attività di tipo didattico nelle scuole, per avvicinare le persone alle nuove tecnologie, in particolare alla stampa 3D. Noi in Italia dobbiamo imparare da questo movimento. Soprattutto dobbiamo imparare dalle cose che sono riusciti a mettere in moto in campo culturale.

In Italia si dovrebbe fare la stessa cosa sfruttando di più il nostro Made in Italy?
Se oggi vogliamo far rifiorire le culture tecnologiche e scientifiche nel nostro Paese dobbiamo necessariamente passare per un recupero della manualità. Gli studenti delle scuole medie e dell’università devono tornare a fare esperimenti, devono tornare a costruire strumenti, devono avere il contatto diretto coi materiali, con quanto succede nei laboratori. Se noi rimettiamo in moto questa cultura del fare, del fare pratico, io sono convinto che ritroveremo anche le grandi vocazioni scientifiche. Se la scienza è solo imparare formule a memoria, è difficile che i nostri giovani abbraccino questa vocazione.

Nel suo libro dice che dobbiamo capire quale importanza attribuire all’intelligenza di tipo “T” (quella misurata dai test), ma anche quanto valorizzare l’intelligenza in versione “A” (l’intelligenza artigiana). Come vede il nostro progetto “Manualità, un gioco da ragazzi”, che si pone l’obiettivo di introdurre alla manualità i bambini sin dalle scuole elementari?
Credo vada fatta una premessa importante: negli ultimi 15 anni abbiamo dato massima prevalenza all’attività di manipolazione di simboli e, di conseguenza, all’attività svolta dagli analisti simbolici che lavoravano di fronte a un computer. Abbiamo dimenticato che una forma di accesso al sapere è proprio il rapporto con la materia attraverso il fare. Oggi siamo chiamati a bilanciare questa stortura, riportando la curiosità dei giovani verso una scoperta del mondo che passa attraverso la manualità. Io penso che operazioni come Manualità Ragazzi siano importantissime, perché ridanno ai giovani la possibilità di riscoprire il mondo in forme diverse.

WWW.FUTUROARTIGIANO.IT

Buon esempio dalle carceri

Il problema delle carceri italiane è di estrema attualità

Il problema delle carceri italiane è di estrema attualità: ne hanno parlato tutti i media per lo sciopero della fame e della sete di Marco Pannella, per il forte richiamo del presidente Giorgio Napolitano nel suo discorso di fine anno, per la multa che l’Europa ci ha appena comminato per le condizioni fatiscenti e di inumano sovraffollamento in cui i detenuti vivono (3 metri quadrati a testa). Ma c’è qualcuno che, in operoso silenzio, fa i fatti e, nel suo piccolo, dà a tutti un importante esempio: questo non risolve il problema, ma dice come si possano fare alcuni significativi passi avanti.

A Mauro Ferrante dedichiamo per la seconda volta il nostro editoriale: lo avevamo già fatto nel novembre 2007 con il titolo “Libertà di far da sé”. Questa volta il lettore di Belluno, assistente capo della polizia penitenziaria, poco prima di andare in pensione, ha raccolto in un DVD tutte le immagini dei lavori realizzati guidando con professionalità un gruppo di detenuti nell’apposito reparto MOF (Manutenzioni Ordinarie Fabbricato): qui, in un seminterrato dove prima c’erano delle vecchie celle, è nato un laboratorio attrezzatissimo a cui fanno capo i detenuti per le innumerevoli costruzioni e riparazioni di apparecchiature e utensili, senza contare che si occupano anche di “riparare scarichi, muratura, imbiancare, sistemare porte e cancelli, restaurare mobili, fare giardinaggio, riparazioni elettriche ecc”.

A pubblicare tutte le realizzazioni che ci ha inviato c’era da fare una rivista monografica: troverete in questo fascicolo sei pagine dedicate alla completa trasformazione di un vecchio e abbandonato locale in una pulita e funzionale barberia, più alcune idee di legno e di ferro (altre realizzazioni le pubblicheremo nei prossimi numeri).

In un altro carcere, quello di Milano-Bollate, Susanna Magistretti ha realizzato un’ampia area verde in cui si coltivano piante erbacee perenni insolite, nella convinzione che la libertà vera “si conquista solo con il lavoro vero”, quello cioè che punta al recupero sociale pur con l’obiettivo di essere competitivi sul mercato. Qui è impegnato un piccolo gruppo di detenuti che, una volta scontata la pena, pensano di lavorare da giardinieri professionisti a Bollate o in altro posto.

“In carcere vivono persone che hanno avuto una vita difficile, ma se vengono seguite con solidarietà e impegno, possono essere recuperate” conclude il nostro lettore: il far da sé racchiude una forte potenzialità educativa, ne siamo convinti da sempre.

Il nostro Paese ha bisogno di gente che “faccia”

Ha suscitato un vespaio di polemiche la frase del viceministro al Lavoro Michel Martone che, in un convegno sull’apprendistato, ha dato degli “sfigati” ai giovani che tardano a laurearsi. L’appellativo, forse troppo colorito, ha fatto sì che in molti gridassero allo scandalo e si sentissero offesi, quando invece più utile sarebbe stato discutere seriamente sul perché molti, troppi giovani vivacchiano anni e anni all’università concludendo poco e nulla, forti della protezione colpevole dei genitori a cui piace sentirsi utili garantendo loro sopravvivenza (e dipendenza).

Martone in una successiva intervista a Lilli Gruber ha affermato, tra le altre cose degne di nota: “Preferisco un ragazzo che a 16 anni fa un istituto professionale o, piuttosto, appunto, ha un contratto di apprendistato, che sceglie magari un lavoro manuale e comincia a fare. Il nostro Paese ha un disperato bisogno di gente che “faccia”. E invece, purtroppo, ci sono due milioni di ragazzi che non studiano, non si formano e non lavorano”.

Tutti siamo consapevoli della crisi che attraversa in questi anni il nostro mondo globalizzato e in particolare l’Europa, sappiamo quanti sono i giovani che non riescono ad entrare nel mondo del lavoro, conosciamo la loro delusione quando scoprono che la tanto decantata flessibilità altro non è che precarietà. Ma in quanti accettano di prendere in mano un martello o un pennello per mettersi ad imparare, nella bottega di un falegname o nell’impresa artigianale di un imbianchino, un mestiere? O in quanti pensano invece che basti inondare di curriculum graficamente perfetti ogni realtà produttiva nell’illusione che i “posti di lavoro” nascano magicamente tutte le mattine?

Gianfranco Ravasi, in un articolo apparso su “L’Espresso”, si chiede perché l’opera dell’idraulico, del calzolaio, della badante, del cameriere, nobile come quella richiesta da impieghi più intellettuali che costa però fatica e sudore, venga “automaticamente esclusa dal proprio orizzonte come indegna”.

I giovani che si laureano a trent’anni sono degli sfigati? Forse no, certo dimostrano scarso spirito di iniziativa ed una testardaggine degna di miglior causa: perché ostinarsi ad inseguire una laurea come se fosse un sicuro lasciapassare verso una professione in camicia e cravatta, invece di “sporcarsi le mani” in un lavoro manuale, in un’attività artigianale o commerciale, in un’idea ingegnosa e creativa?

Queste sono le domande che si fanno i far da sé, da sempre abituati a considerare il loro hobby non solo un sano passatempo per scaricare lo stress del lavoro vero, ma anche un intelligente modo di risparmiare e di ottenere utili risultati per sé, per la propria famiglia e per la comunità in
cui vivono.

Sudore e successo…

 Sudore e successo… in quale ordine?

“Non dimenticate mai che la parola successo viene prima di sudore solo nel vocabolario. Nella vita l’ordine è sempre inverso”: con queste parole Andrea Ceccherini, presidente dell’Osservatorio giovani editori ha catturato l’immediato interesse dei quasi 300 giovani delle scuole superiori lombarde riuniti per un incontro promosso, insieme a Intesa Sanpaolo, sui temi del lavoro.

“In Italia si esce dal liceo e dall’università con modeste capacità lavorative. Qui si è sempre sottovalutato il lavoro manuale e si è sempre preferito il posto dietro una scrivania”, spiega Renato Pagliaro, presidente di Mediobanca. E conclude con alcuni inviti decisamente controcorrente ai ragazzi: fare meno vacanze, fare più lavoro manuale, non considerare nulla per dovuto, essere disponibili a lavorare anche nel fine settimana, non avere paura del futuro e fare figli (perché il Paese è vecchio).

Bisognava davvero toccare il fondo, con il mondo messo in crisi dall’economia virtuale e con il nostro Paese anello debole della catena europea, per risentire qualche frase di comune buon senso?

Dov’erano coloro che oggi “predicano” quando facevano tendenza le tre i (inglese, informatica, impresa) che, pur essendo molto importanti nel mondo contemporaneo, non bastano a garantire una formazione integrale della personalità?

Dov’erano, prima ancora, quando dai programmi scolastici venivano cancellate le applicazioni tecniche per far posto a teoriche lezioni sulla struttura dell’atomo o sulla composizione chimica del latte? Dov’erano quando ci veniva propinata la teoria della crescita illimitata e della fede
(uso volutamente questa parola) su internet da cui tutto ci sarebbe venuto gratuitamente?

Ora riscopriamo che “la vita è battaglia e nulla è dovuto” (ancora Andrea Ceccherini). Verrebbe da dire “alla buon’ora!”, ma, forti dei decenni che abbiamo alle spalle in cui con costanza e coerenza abbiamo detto queste semplicissime verità, che oggi fanno tanto scalpore e sembrano addirittura dirompenti, continueremo a fare il nostro lavoro. Continueremo a divulgare tecnologia e saper fare dalle pagine delle nostre riviste e dei nostri libri, ad insegnare come usare le mani per realizzare oggetti concreti, ad educare nuove ed operose generazioni di far da sé pronti a condividere il proprio know-how con la società in cui vivono, a diffondere questo patrimonio di conoscenze ai più giovani (con il nuovissimo progetto “Manualità un gioco da ragazzi”, che coinvolge più di mille ragazzi!) affinché crescano meno imbranati e più capaci di far fronte a situazioni problematiche e difficoltà di ogni genere con inventiva e creatività.

Le citazioni sono tratte da un bell’articolo di Leonard Berberi su “IL CORRIERE DELLA SERA”

Avremo anche noi … un presidente in pittura?

Bello vedere l’uomo più potente del mondo lanciare un messaggio così forte

Sono di oggi 20 gennaio 2013, data in cui chiudiamo questo numero di fai da te, le foto qui a fianco dove si vede il presidente degli Stati Uniti Barack Obama con Michelle, gentile consorte, in abbigliamento casual, con guanti in lattice, barattolo di smalto e pennello che rinnova una libreria. In queste
ore, che precedono l’insediamento e il giuramento per il suo secondo mandato, il presidente ha partecipato alla giornata del volontariato, il “National day of service”, da lui istituita nel 2009, presentandosi con vernici e pennelli in una scuola, per partecipare ai lavori di restauro.
Notizia speciale e confortante per noi di EDIBRICO che portiamo avanti il progetto senza scopo di lucro Manualità, un gioco da ragazzi per diffondere la manualità tra i più giovani, proponendola come un gioco ed una scoperta, ma anche con l’obiettivo di dare una visione più ampia circa le possibili future scelte lavorative e lo facciamo grazie all’aiuto di sponsor, ma soprattutto a quello di volontari, genitori, insegnanti, nonni, parenti ed esperti. E, proprio come negli Stati Uniti, tra le altre cose, insegniamo ai bambini ad imbiancare, decorare e rispettare la scuola (vedi Colora e ama la tua scuola su www.manualitaragazzi.it), ma senza che nessun politico si occupi di questo tema. Al contrario, l’atteggiamento della politica italiana, negli anni, ha contribuito a creare una mentalità per la quale le attività manuali sono qualcosa da cui affrancarsi, prova ne è l’eliminazione dalle materie di insegnamento delle applicazioni tecniche.
Questo nonostante le eccellenze del nostro Paese, dalla moda, al cibo, alle auto, solo per fare qualche esempio, ciò che ci fa unici ed apprezzati nel mondo, siano tutte frutto di sapienti ed antichi lavori artigianali e manuali.
Vedere l’uomo più potente del mondo che, in prima persona, con tanta disinvoltura e convinzione, lancia un messaggio così forte per sostenere l’importanza della manualità e del volontariato, l’amore e il rispetto per ciò che è pubblico, mette in evidenza la differenza con chi governa noi Italiani.
Non riesco ad immaginare uno dei nostri presidenti di turno nei panni di Obama, perché mi sembra troppo evidente in loro la supponenza rispetto al tema, la mancanza di flessibilità e l’incapacità di dare il buon esempio partendo proprio da piccole-grandi cose.
Ma sarebbe bello se qualcosa cambiasse…

Il nostro patrimonio di bellezza, creatività e saper fare

 A Firenze un itinerario che porta a conoscere le “arti applicate”

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A Firenze, città nota a tutti per i musei, le piazze, gli edifici rappresentativi delle “arti maggiori”, c’è anche un itinerario altrettanto affascinante che porta a scoprire le “arti applicate”, cioè l’artigianato artistico. Infatti, in pieno centro, hanno sede più di cento botteghe e ateliers di moda e accessori che ancora oggi producono con sistemi artigianali (www.florenceartfashion.com). Dalle scarpe, ai vestiti, ai profumi, ai gioielli tutto viene realizzato con originalità e particolare cura tecnico-esecutiva, ovvero, elena.fossaa regola d’arte.

Ma, rimanendo in questo campo, a Firenze c’è un’altra meraviglia: è la Scuola del Cuoio (www.scuoladelcuoio.com) creata dopo la seconda guerra mondiale dai Frati Francescani e dalla famiglia Gori, abili artigiani pellai, con l’obiettivo di dare agli orfani della guerra un mezzo per imparare un mestiere con cui guadagnarsi da vivere.

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Sì, una scuola dove si insegna a fare qualcosa con le mani (in un ambiente davvero speciale, il vecchio dormitorio dei frati, all’interno della Basilica di Santa Croce, progettato dal Michelozzo nel 1400, con il soffitto decorato da affreschi della scuola del Ghirlandaio!), dove gli allievi usano utensili che hanno più di 60 anni per realizzare borse e accessori in pelle costosi e di alta classe, molto richiesti in tutto il mondo. Chi ha imparato a fare cose di questo genere difficilmente rimarrà senza lavoro come accade a tanti laureati in legge o in lettere di cui è pieno il nostro Paese.

Le arti applicate in Italia sono una risorsa creativa e reattiva contro l’omologazione del villaggio globale e possono dare un altro orizzonte esistenziale e occupazionale alle giovani generazioni. Un patrimonio di creatività, abilità e bellezza da conoscere e perpetuare dove la manualità è a pieno titolo espressione di attività culturale. Tutti noi Italiani, e in particolare i nostri governanti che negli ultimi 30 anni hanno trascurato l’artigianato a favore dello sviluppo delle grandi industrie, dobbiamo impegnarci affinché il saper fare a regola d’arte venga insegnato e tramandato ai giovani affinché proseguano, con proprie strade espressive e imprenditoriali, la grande tradizione dell’artigianato italiano.

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E´ il momento di darsi da fare

Risvegliamoci dal brutto sogno e riscopriamo noi stessi

Oramai abbiamo consumato e sprecato quasi tutto.
Abbiamo consumato quello che era da consumare, ma anche quello che era da risparmiare, abbiamo sprecato quello che era da sprecare, ma anche quello che era da conservare.
Così la civiltà dei consumi sta finendo di consumare anche se stessa, dopo averci fatto lavorare come disperati per guadagnare di più, per poter comperare anche l’ultimo degli oggetti inutili, ma tanto decorativi, di quelli che danno prestigio, senza i quali uno finisce per sentirsi come nudo, emarginato, squalificato, grazie al lavaggio del cervello che da decenni ci viene praticato sia in forma palese che occulta.
Il nostro gusto è stato travolto, le preferenze convertite, le abitudini sbaragliate. Aggiustare, arrangiare è diventato l’ignominia, mentre solo nel gettar via dopo l’uso sta la vera virtù.
Ma gli Italiani sono arrivati solo all’ultimo fra i privilegiati ammessi a godere le equivoche delizie della civiltà dei consumi.
Pertanto il micidiale innesto ideologico non è ancora penetrato fin sotto la pelle di tutti. Ci sono ancora larghe possibilità di recuperare gli autentici valori delle attività umane.
E’ giunto il momento di darsi da fare. Risvegliamoci da questo brutto sogno e riscopriamo finalmente noi stessi.
Riscopriamo le nostre abilità e le nostre autentiche virtù, le risorse del nostro ingegno ed il nostro saperci arrangiare, perché saper fare non è più una vergogna.
Per fortuna oggi la scienza e la tecnica ci consentono di far bene e con poca fatica. Oggi il costoso utensile professionale è stato affiancato dal più economico e più pratico utensile hobbistico, che ci consente di equipaggiarci con facilità e con più ragionevole spesa e trasformarci in idraulico e in falegname, in ebanista e in muratore, in elettricista e in giardiniere.
E scopriamo che è l’utensile che fa il lavoro, purché guidato da mano consapevole, che le professioni del lavoro manuale stanno diventando sempre meno arti e sempre più mestieri. Ed è facile e divertente fare di ogni mestiere un piacevole hobby.
Certo, al principio ci occorre una guida. Ci vogliono degli specialisti per insegnarci come tanti manufatti si possano realizzare a livello domestico, in un’appassionante attività per il tempo libero. Bisogna scoprire che con passione e ingegno tutto è possibile.
Noi siamo qui per questo.
(novembre 1975)

 

 

Makers, spazio a chi fa

Tecniche tradizionali, creatività, capacità manuali hanno prodotto una varietà di proposte sbalorditiva

Abbiamo già parlato dei makers, un movimento partito dagli Stati Uniti, diffusosi in tutto il mondo, persone che vedono nel concreto “fare” la via per cambiare il futuro. È obbligo, oltre che piacere, andare a curiosare in questi nuovi giardini del do it yourself; vediamo cosa fanno con il computer, con l’elettronica, impariamo la loro capacità di incontrarsi, di confrontarsi, di condividere le scoperte. Per chi vorrà saperne di più, ci sarà un’occasione importante dal 3 al 6 ottobre a Roma. www.makerfairerome.eu/it/.

Quello dei makers è un modo nuovo e interessante di essere far da sé con la riscoperta dell’elettronica facilitata da schede, microcontroller open source come ARDUINO, con l’introduzione delle stampanti 3D, delle fresatrici e macchine per il taglio laser a controllo numerico per realizzare prototipi e oggetti. Abbiamo voglia anche noi di metterci alla prova su questo terreno per poter poi condividere con voi lettori queste innovazioni e far sì che nuove tecniche possano entrare a far parte del sapere pratico-artigianale che sicuramente non vi manca, basta scorrere le pagine di questo numero, che per la prima volta abbiamo interamente dedicato ad alcuni dei vostri progetti. Tecniche tradizionali, creatività, capacità manuali hanno prodotto una varietà di proposte sbalorditiva. Si va dal ponticello sul laghetto del giardino al rivestimento in cartongesso della camera da letto; dalle strepitose Porsche e Harley elettriche per bambino al modellino del mulino a vento; dal recupero e restauro dei vecchi attrezzi contadini alla ringhiera di ferro per il balcone di casa; dalla cabina armadio con materiale di risulta al paranco per sollevare la legna del caminetto e tante, tante altre idee divenute oggetti e macchine funzionali.

Sfogliando il numero, prima di andare in stampa, siamo orgogiosi e quasi increduli di avere lettori tanto bravi e creativi; ci sentiamo sempre più motivati a migliorare i contenuti di questa rivista conservando gelosamente tutto ciò che ci viene dalla nostra unicità, dalla nostra tradizione e dalla nostra cultura, lasciando però, al tempo stesso, la porta aperta al buono delle innovazioni e del cambiamento.