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La vera voce del fai da te

Chi si dedica al bricolage, lo fa in modo molto serio, con impegno assoluto

La pubblicità del “…ai ai ai… turista fai da te” è ormai diventata un classico con tanto di ditino alzato a redarguire lo sprovveduto di turno.
A ruota sono venute le pompe di benzina fai da te, un ministro della repubblica parlando di nuove regole sulle adozioni ha detto che era finito il tempo delle adozioni fai da te e, “dulcis in fundo”, una pubblicità a fumetti su certi fondi di investimento che vanno per la maggiore titola in modo esplicito “fai da te o fai sul serio?”.
Come a dire, se non l’avessimo ancora capito, che fai da te è sinonimo di arrangista, di pasticcione, di sprovveduto, di “povero cristo” che deve accontentarsi dei suoi miseri mezzi.
Basta! Lo diciamo con rabbia: è ora di finirla con una simile falsa banalità.
Chi si dedica al bricolage, al fai da te nella più genuina ed originaria accezione del termine, lo fa in modo molto serio, con impegno assoluto, dedicando a questa passione tutto il tempo libero: è per lui, o lei, una fonte di sano divertimento, un mezzo per risparmiare tempo e denaro, una voglia di personale arricchimento culturale. E’ prima di tutto una scelta di autonomia, un modo di uscire dal branco del “grande fratello”, di essere persona, individuo fino in fondo.

Di fronte però a questa moda che nel fai da te vede qualcosa di fatto male, che tende a dare al termine un valore spregiativo non basta una voce: ce ne vogliono tante, capaci per la loro autenticità e sincerità di diventare un coro.

E allora scriveteci, mandateci un fax, una e-mail: diteci cosa pensate di questo malcostume, come vivete la vostra esperienza di bricoleur, come vi percepisce il mondo esterno, perché e come praticate il fai da te.
Proviamo ad uscire, ognuno di noi, dal proprio guscio, dal proprio nido, dalla propria nicchia e, per una volta, a metterci in mostra orgogliosi della nostra passione.

Ne nascerà un’associazione del fai da te, così da sentirci parte di un gruppo capace di scelte controcorrente, uniti dalla stessa passione? Potremo far pesare di più e meglio il nostro parere? Non lo sappiamo. Per ora proviamo a vedere se abbiamo una voce che esprime concetti e idee comuni a tanti. Poi tireremo delle conclusioni…

(gennaio 2001)

Architetto muratore

L’architettura è un’arte che mescola le cose, il far da sé mescola nozioni e discipline per ottenere un risultato originale

Straordinario lavoratore, è indubbiamente l’architetto più famoso nel mondo: Renzo Piano, con più di cento persone che lavorano con lui negli studi di Genova e Parigi, ha lasciato la sua firma in ogni parte del nostro pianeta con grandi opere che possono piacere o non piacere, ma certo non lasciano indifferenti. Ama definirsi una specie di “orologiaiomuratore” e dice di sé: “Non ho mai fatto nient’altro che l’architetto e in un modo molto artigianale. Un po’ come i mastri comacini del Medioevo che giravano per cantieri. Quindi un lavoro legato ai luoghi, alla gente, al terreno, ai materiali”.

“Non bisogna dimenticare che l’architettura è un’arte che mescola le cose: la storia, la geografia, l’antropologia e l’ambiente, la scienza e la società”.

“E’ necessario avere un atteggiamento leggero: non rinunciare a quell’ostinazione che consente di testimoniare le proprie idee e al tempo stesso essere permeabili e capire quelle degli altri” (da un intervista a Panorama).

Come noi. Proviamo a leggere con attenzione queste frasi, a chiudere gli occhi dimenticando che sono riferite all’architettura e all’esperienza unica ed irripetibile di un grande del nostro tempo, a ripensare ai mastri comacini che circa 1400 anni fa, partendo dal Comasco, andavano in giro per l’alta Italia a costruire: proviamo a trasportare il tutto nel nostro mondo di far da sé operosi ed ingegnosi.

Cambiando semplicemente il contesto, non è un po’ come se  si stesse parlando di noi?

Chi meglio dei far da sé sa mescolare tutta una serie di nozioni e di discipline per ottenere un risultato originale?

Chi c’è di più testardo nel difendere le proprie esperienze, ma allo stesso tempo di più svelto nel copiare dagli artigiani, dall’industria, dal vicino rubando i loro segreti?

Chi c’è di più tenacemente legato all’ambiente e alle risorse che offre, facendo del recupero e del riciclo una vera e propria arte, per non dire una religione?

(aprile 2002)

Mani sporche, mani che lavorano

Mani sporche di colla, di segatura, di grasso, di colore, di terra: mani che lavorano, insomma

Quando la scimmia, scesa dagli alberi, imparò a camminare su due piedi, si accorse di avere due mani libere per raccogliere cibo e impugnare strumenti. E’ questa una semplificazione del processo evolutivo che ha portato all’uomo attuale, ma gli scienziati sono concordi nel sostenere che sostanzialmente andò così e che da quelle due mani libere cominciò la crescita e la specializzazione del cervello umano.
Oggi di mani si fa un gran parlare. Di mani pulite si parla per riferirsi ad un’indagine giudiziaria che sta rivoltando come un calzino la vita politica e imprenditoriale del nostro Paese: lavoro meritorio, quello dei giudici che stanno svelando tangentopoli.

Tanto che oggi giornali e TV non parlano quasi d’altro; e la gente esasperata si informa, ma sono evidenti i primi sintomi di stanchezza, di rassegnazione, di nausea.
Vogliamo cambiare argomento e parlare un po’ di mani sporche?
Mani sporche di colla, di segatura, di grasso, di colore, di terra: mani che lavorano, insomma. Va assolutamente e in fretta riscoperta questa grossa fetta di Italiani, che in silenzio lavora giorno dopo giorno le sue ore regolamentari e che poi, una volta a casa, riprende trapano o martello per realizzare, con soddisfazione, quanto è utile per sé e per la famiglia.

È su queste mani, quelle che lavorano, che puntiamo in questo momento di crisi: quando anche tra pulito e sporco è ormai facile fare confusione.

Sono pulite le mani di chi non fa niente, di chi si dà alla bella vita, di chi non fatica. E sono sporche le mani di chi zappa la terra, di chi opera in officina, di chi cura o assiste in ospedale, di chi insegna a scuola, di chi gestisce attività commerciali.

Sono sporche le mani di chi ruba, di chi si approfitta del lavoro altrui, di chi abusa della propria carica per pensare al proprio personale interesse. E sono pulite le mani di chi lavora onestamente, di chi dedica costante impegno alla professione, di chi è sempre pronto a fare la sua parte.

E dunque in questo balletto di mani, pulite che non si sporcano nemmeno a manipolare il più unto dei motori, sporche che non si lavano nemmeno dopo trent’anni di galera, puntiamo sulle mani che lavorano. Anche perché, l’evoluzione insegna, sono queste le mani che potenziano il cervello, che spingono l’uomo verso nuovi progressi.

(maggio 1993)

Un futuro di scrivanie

Io ho diritto alla scrivania: non posso sporcarmi le mani: il lavoro manuale è disonorevole

Europa: 6 milioni di disoccupati. Se aumenta l’automazione saranno ancora di più. I sindacati propongono di diminuire le ore lavorative per aumentare i posti di lavoro. Il diritto ad una scrivania per tutti. Perché non si parla mica di lavoro, ma di “posti” di lavoro. Con i milioni di laureati che sforniamo ogni anno tra poco non ci sarà più nessuno che sappia tenere in mano un cacciavite. Tutti dottori, economisti, ingegneri.

La Fiat se ne è accorta ed agli ingegneri che assume fa fare due mesi di corso retribuito dietro ad un tornio. Avremo dei tornitori con la laurea? Macché: dopo due mesi l’ingegnere si trincea dietro alla scrivania faticosamente conquistata.

Con tanta disoccupazione che c’è in giro ci vogliono quindici giorni di prenotazione per avere a casa l’idraulico per sostituire il vecchio tubo di piombo bucato; dal meccanico per farsi regolare il carburatore ci si prenota come si fa con il cardiochirurgo.

Per non parlare del carrozziere. Perché studiare quindici, venti anni per poi andare a potare le vigne, saldare dei tubi, costruire i mattoni? Questa spaventevole orbita di parcheggio per disoccupati che è la nostra università sforna dei laureati che non vogliono usare le mani per costruire, ma per dirigere, per riempire moduli. La sola aspirazione è per il posto in banca, la direzione dell’industria, la sacrosanta scrivania, il diritto acquisito per studi.
C’è solo una scrivania nel futuro dei giovani. La scrivania o la disoccupazione.

Sui quotidiani appaiono le offerte di lavoro: tornitori o venditori. A parte i venditori, gli agenti, i rappresentanti, perché tanta fame di tornitori, fresatori, rettificatori, gente che possiede un’abilità che oscilla tra l’arte, la tecnica?
L’esperto in idraulica ha mandato suo figlio a laurearsi in ingegneria. Ne è orgoglioso, anche se suo figlio non sa avvitare un tappo. Anche il figlio è orgoglioso e guarda con aria di sufficienza il lavoro di suo padre, molto redditizio, molto sicuro, ma poco qualificante. Ma la sai cambiare la guarnizione di un rubinetto che perde? Io ho diritto alla scrivania: non posso sporcarmi le mani: il lavoro manuale è disonorevole.

Io devo solo passare le carte dopo averci messo il timbro. Se so fare un timbro? Ma ci pensano le macchine, se dovessi occuparmene io non sarebbe decoroso!

(settembre 1979)

La politica che vorremmo

Torniamo alla concretezza del saper fare con le proprie mani

Quest’anno Almanacco Far da Sé arriva nelle case degli abbonati e nelle edicole nei giorni in cui si svolgono le elezioni politiche (o poco prima o poco dopo). Avremo ascoltato fiumi di parole, mari di promesse, oceani di recriminazioni e scaricabarile. Ma siamo pronti a scommettere che in questo assordante teatrino nessuno avrà avuto il coraggio di dire poche parole chiare per impegnarsi per una scuola seria, anche faticosa, in cui i giovani imparino a diventare cittadini autentici con un vero mestiere tra le mani.

“Chi ha un livello di istruzione più alto ha più consapevolezza della realtà che lo circonda e può confrontarsi meglio con gli altri… Studiare a lungo, specie all’interno di percorsi scolastici di qualità, è il modo più efficace per trovare lavoro… Un aumento del livello educativo della popolazione fa salire la competitività del Paese… Ogni anno di istruzione in più equivale a un aumento della retribuzione futura di circa il 9 per cento, è uno dei migliori investimenti che si possono fare… Pensiamo sia importante puntare sulle materie scientifiche e tecnologiche, su cui l’Italia evidenzia un ritardo rispetto agli altri Paesi”. Abbiamo ripreso alcune frasi di un’intervista a John Elkann, presidente della Fiat e vicepresidente della Fondazione Agnelli, rilasciata a Panorama, per dire che queste idee devono diventare sempre più condivise, che su questi concetti si imposta il rinnovamento del nostro Paese.

Non sappiamo quale classe politica si sceglieranno gli Italiani in questa tornata elettorale, ma ci auguriamo che ci sia qualche “onorevole” capace di porre al centro della sua azione il grande “onore” che sta in due mani che lavorano, che progettano, che costruiscono, che riparano, fino a comprendere che questo onore si insegna nella scuola a cominciare dall’asilo. Basta davvero con l’esaltazione delle chiacchiere, del virtuale, dell’apparire: torniamo alla concretezza del saper fare con le proprie mani, puntiamo ad una formazione integrale dei nostri giovani per renderli più attrezzati ad affrontare il mondo del lavoro.

Meglio far da sé

Fare per il piacere di creare, piuttosto che acquistare o dipendere dagli altri

Quando nel nostro vocabolario viene a mancare la parola che possa definire con esattezza qualche cosa, prima o poi si conia un neologismo, le cui fortune sono più legate alla necessità di definire una nuova abitudine che alla proprietà della parola o dell’insieme di parole adottato per la circostanza.

La nuova abitudine, o meglio, il principio che sta esplodendo in Italia è il così detto far da sé.

E’ in ritardo di qualche decina d’anni rispetto al bricolage francese, che letteralmente significa raccogliere ed utilizzare anche le briciole, oppure il do-it-yourself, ossia il fatelo voi stessi degli anglosassoni. Ma forse il termine più felice rimane quello tedesco, il selbst, che significa semplicemente “ da sè ”, sottintendendo il verbo fare.

La faccenda delle denominazioni nuove, dei neologismi, è spesso delicata, per evitare espressioni brutte o volgari, o semplicemente antipatiche ed impositive. Questo problema tocca adesso agli uomini che amano far da sé. Bisogna definire ufficialmente questa attività. Qui in redazione la faccenda del neologismo è stata dibattuta per circa un anno. E dopo un anno di discussioni la risposta definitiva è: far da sé. Il far da sé è semplicemente un principio, una regola, ma non un principio astratto: fare per il piacere di creare, piuttosto che semplicemente acquistare o dipendere dagli altri. Il far da sé significa attrezzarsi per essere sempre più autosufficienti, riscoprire le nostre abilità di progettisti e di realizzatori.

Valorizzare il nostro impegno. Essere liberi, indipendenti, creare cose a misura d’uomo, a nostra misura, a nostro piacere, a nostro gusto e preferenza. Non dipendere dalla moda o dai gusti degli altri, che sono quasi sempre gusti interessati di chi desidera sfruttare i nostri entusiasmi.

Ma bisogna crederci. E noi nel far da sé ci crediamo, al punto di farne la nostra bandiera, la nostra testata. Guardiamoci un attimo indietro: la prima rivista per il far da sé è nata in Italia nel lontano 1926 o giù di lì. Si chiamava Sistema I, giornale degli Ingegnosi. Poi, nel dopoguerra, fu la volta di Sistema A.

Due riviste che non tutti ricordano, perché furono spazzate via dall’ondata del consumismo, che imponeva di vergognarsi di far da sé. Ma dopo l’onda, viene la risacca, E il consumismo si ridimensiona. Viva il far da sé.

(agosto 1976)

Recuperare la manualità, intervista a Oliviero Toscani

Intervista a Oliviero Toscani

“Solo chi usa le mani, solo chi lavora, ha mani belle”

Oliviero Toscani, il celebre fotografo, non vive sugli allori. Anche se le sue opere sono esposte nei più grandi musei del mondo, rimane fedele allo spirito artigianale che lo anima. Vive in Toscana dove produce vino, olio d´oliva e alleva cavalli. La sua attenzione ai temi del lavoro manuale è nota. Nonostante i mille impegni ha ritagliato uno spazio anche per noi, che lo sentiamo vicino negli intenti e nella moderna visione del mondo del lavoro.

Perché un grande fotografo si interessa al problema della manualità perduta?
Ho fatto il fotografo, come mio padre e, come lui, ho cominciato a lavorare a dieci-dodici anni. Allora il lavoro dell’artigiano rappresentava il massimo della libertà. Oggi è cambiato tutto, la manualità sta andando perduta, tutti vogliono lavorare in cravatta davanti a un computer e l’artigianato, vanto e spina dorsale dell’Italia, sta scomparendo.

Ci sono soluzioni?
Dobbiamo ricominciare a usare le mani, solamente così la creatività potrà esprimersi al suo meglio. Dobbiamo insegnare ai nostri figli la manualità. E’ il migliore investimento che possiamo fare e il miglior antidoto contro l’omologazione del computer, quella che sviluppa il polpastrello dell’indice e lascia spesso inerte, insieme con le mani, anche il cervello.

Ma il suo lavoro è più di natura artistica
Non c’è differenza tra l’artista e l’artigiano. Ambedue trattano la materia e la trasformano. L’artista è un’estensione dell’artigiano perché la base del lavoro manuale è indispensabile per tutti gli artisti, è la sorgente della creazione delle forme e dei colori.

Perché è tanto affascinato dal lavoro manuale?
Ho un rispetto infinito per chi sa costruire con le mani. Mi piacciono le mani capaci di chi è abituato a toccare le cose, le unghie sporche di terra del contadino, le mani callose del muratore, le dita abili della sarta, quelle odorose di tempera e di acquaragia del pittore e dell’imbianchino, le mani muscolose dello scultore, quelle del fornaio, quelle del cuoco, quelle del violinista. Chiunque ha consuetudine con le cose materiali ha mani espressive, di una bellezza che non ha niente a che vedere con le cure dell’estetista. Le mani che, al contrario, denunciano volutamente il loro non uso, mi allontanano: le mani delle donne che si fanno crescere le unghie per far capire che non lavano i piatti, le mani degli impiegati che esibiscono l’unghia del mignolo lunghissima e appuntita, quelle ricoperte da troppi anelli. Le mani parlano della volgarità delle persone in modo inequivocabile. Solo chi usa le mani, solo chi lavora, ha mani belle. Il lavoro manuale dà anche una gioia sensuale che è difficile ritrovare nelle tecniche attuali e le mani raccontano la soddisfazione di chi sa creare usandole.

Perché il lavoro manuale è stato così dimenticato?
Sembra incredibile che il lavoro manuale sia stato così screditato negli anni recenti. E’ un altro sintomo del degrado di una società che si affida alla multimedialità e virtualità come fossero i marchi riconoscibili della modernità. Il degrado ha spostato l’attenzione dall’aspetto educativo dell’imparare a usare le mani allo sfruttamento e, lentamente ma inesorabilmente, si è proceduto a minare l’immagine del lavoro manuale, a screditarlo, perfino di fronte al più insulso e degradante lavoro d’ufficio.

Il  progetto “Manualità un gioco da ragazzi” si occupa di riportare nelle scuole il lavoro manuale, cosa ne pensa?
Ne penso bene. La modernità e il progresso oggi si misurano in tv, dove si canta e si balla, non certo in un campo o nella bottega di un artigiano. Ci vorrebbe addirittura un’università del lavoro manuale che gli ridia quella dignità che, non si sa come, sembra aver perduto. Ci vorrebbero operai, falegnami e meccanici, fornai e barbieri che insegnassero l’abilità manuale in corsi appositi, ci vorrebbero maestri che insegnino a usare le mani ai bambini dell’asilo.

Isolamento con termointonaco

L’alternativa al cappotto costituito da lastre isolanti consiste in un’intonacatura con prodotti speciali. Questa soluzione è valida se l’abitazione si trova in una zona dove gli inverni sono piuttosto miti, ma il caldo estivo si fa sentire, o qualora si renda consigliabile migliorare un grado di isolamento esistente, ma non ottimale.

I termointonaci sono intonaci premiscelati ben diversi da quelli tradizionali: sono rinforzati con fibre che assicurano al manufatto finale un’elevata stabilità meccanica ed una resistenza agli urti che nessun rivestimento a lastre può garantire. Le fibre consentono altresì l’applicazione di spessori più consistenti, eventualmente inserendo reti portaintonaco per una stabilità maggiore.

Trattandosi di un rivestimento compatto e non formato dalla composizione di lastre, è esclusa la possibilità di piccole imperfezioni; inoltre, se le pareti non sono perfettamente a piombo o presentano irregolarità, possono essere livellate senza interventi preliminari, mentre la posa delle lastre richiede una superficie di partenza planare.
Per finire, il termointonaco permette una traspirazione migliore rispetto alle lastre.

La bassa conduttività termica di queste malte premiscelate è conferita dai prodotti di base che le compongono, come sughero, perlite, perle di polistirene, argilla, silice, che presentano appunto questa caratteristica. Come sempre, è importante la valutazione del supporto e la scelta della malta più idonea al caso specifico: lo stesso prodotto, su diversi supporti, può dare risultati completamente diversi in termini di riduzione della trasmittanza termica.

Diversi i termointonaci tra cui scegliere:

Isomalto knaufIsolmanto è una particolare miscela di calce idraulica, con aggiunta di perle di polistirolo espanso, ed additivi che favoriscono la ritenzione di acqua, l’aderenza, la plasticità e l’impermeabilità delle superfici.
Knauf

Bio-Termointonaco_pack

A base di pura calce naturale, poroso, altamente traspirante, antibatterico e fungicida.
Il composto premiscelato contiene pozzolana, sabbietta silicea lavata di diversa granulosità e calcare dolomitico.
Kerakoll

Sacco-EvolutionDiathonite® è un composto fibrorinforzato a base di sughero e argilla, materiali assolutamente naturali. In particolare il sughero è atossico, inalterabile, impermeabile, traspirante, resistente, inerte dal punto di vista termico; l’argilla dà consistenza all’impasto ed essendo inerte e porosa ha un ottimo coefficiente termico.
Diasen

Sacchi_Termointonaci

Entrambi i prodotti sono composti da vetro espanso riciclato. Quello a base cemento è idoneo sia per nuove costruzioni sia per ristrutturazioni; l’altro, a base di calce idraulica naturale, è ideale nel recupero di edifici storici. Laterlite

VOLCALITEVolcalite è a base di calce idraulica naturale (B Fluid X/A), perlite e silice espansa, si applica esclusivamente a macchina per poi livellarla in parete tramite una staggia; se lo spessore necessario supera i 3-4 cm vanno applicati più strati di prodotto attendendo l’asciugatura tra uno strato e l’altro. Dopo maturazione l’intonaco va rifinito con un prodotto rasante e successiva finitura minerale o con pittura traspirante.
HD System

Il futuro nei mestieri artigianali che creano il bello e il buono

Una corriente di pensiero che rivaluta i lavori manuali e artigianali

Inizia a farsi sentire con una certa vivacità la corrente di pensiero che rivaluta i lavori manuali e artigianali come possibile contrasto e superamento della globalizzazione e della crisi ad essa collegata. Soprattutto noi Italiani, che non possiamo competere con la quantità a prezzi stracciati (… ma chi se ne importa…) dovremmo prendere coscienza del buon gusto che abbiamo innato grazie ad una tradizione di bello millenaria e della nostra capacità di fare in tutti settori dell’artigianato.

L’eccellenza italiana spazia dall’artigianato orafo all’alta sartoria, alla pelletteria, alla lavorazione del vetro e del legno, senza parlare della produzione alimentare con vini, formaggi e tutto l’immaginabile di quanto c’è di buono sulla migliore delle tavole. Quindi si fa strada la teoria secondo cui i giovani dovrebbero essere indirizzati verso questi mestieri presentandoli loro come attività che in tutte le loro declinazioni hanno come obiettivo la ricerca della bellezza, dell’esclusivo, dell’accattivante.

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Ci fa piacere non essere più soli nel sostenere la rivalutazione della manualità dopo decenni di denigrazioni ed esclusioni totali dai programmi scolastici dell’obbligo (esclusione ancora in atto). Mi sembrerebbe giusto aprire l’orizzonte ai ragazzi anche su altre possibili forme di studi e preparazioni che prevedano la teoria, ma anche una parte pratica che possa diventare subito un lavoro di cui c’è richiesta; teniamo conto che le imprese artigiane, di cui è costituito per la quasi totalità il tessuto della nostra economia nazionale, faticano a trovare ragazzi disposti a imparare un mestiere e che i disoccupati “titolati” sono tantissimi. Imparare a fare buon vino, a realizzare mobili su misura con legno vero fatti per durare o bei gioielli sono mestieri creativi, ad alta professionalizzazione, portatori di eccellenze per il “made in Italy” .

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Come abbiamo già avuto modo di dire su queste pagine, nel 2011 la nostra casa editrice ha iniziato a lavorare al progetto “MANUALITÀ UN GIOCO DA RAGAZZI”, un’iniziativa per insegnare e far scoprire ai più piccoli il piacere di fare qualcosa con le proprie mani. Coinvolgendo animatori volontari, nostri lettori, genitori e nonni siamo riusciti a creare ben 20 laboratori in cui un migliaio di bambini possono imparare a conoscere i materiali e gli utensili, a realizzare oggetti ed esprimere la loro creatività. La loro partecipazione e il loro entusiasmo sono andati ben oltre le nostre più rosee previsioni e ci gratificano per aver portato un piccolo contributo ad un progetto che potrebbe essere molto importante per il futuro del nostro Paese.

Ma che ne sanno del fai da te

Per noi di EDIBRICO, che consideriamo il fai da te un vero stile di vita, è una tortura sentirlo utilizzare per definire solo qualcosa di negativo

  •  “Maroni: “No alle ronde fai-da-te. Non voglio più tollerare che chiunque si svegli alla mattina fa una ronda personale la sera”
  •  “Terrorismo, l’allarme dei servizi in Italia, rischio jihadisti “fai da te”. L’Italia è a rischio jihadisti “fai da te”… “lone terrorist” (terroristi solitari), soggetti che si autopromuovono alla guerra santa (jihad)…”
  •  “Cattolicesimo fai da te che ha trasformato i preti moderni in assistenti sociali e svilito la carità in vuota filantropia”
  •  “Evitare sempre il fai da te. Resistete alla tentazione di investire in Borsa con il fai da te, in caso servitevi di intermediari professionali”
  •  “Stupri, Fini: no alla giustizia fai da te. Il presidente della Camera condanna i raid razzisti e la castrazione chimica”

 Sono solo alcuni titoli e sommari di giornali diversi che rappresentano quanto la locuzione “fai da te” sia oggi di moda proprio come l’orribile “assolutamente sì …assolutamente no”.

Sembra proprio che persone colte e preparate come dovrebbero essere i politici, i giornalisti, gli opinionisti non riescano a fare lo sforzo di trovare nel nostro vastissimo vocabolario i termini appropriati per definire ciò che è fatto da dilettanti, senza competenza e senza organizzazione, senza l’autorevolezza necessaria. Tutto è iniziato con il tormentone della pubblicità di un’agenzia di viaggi “…ahiaihiahi, turista fai da te? no Alpitour?”dove si vedeva uno sfigato che, non avendo scelto il viaggio organizzato, si trovava a piedi al bordo di una strada. E fin qui la cosa era accettabile, ma ora l’uso che si sta facendo di questa locuzione è veramente fuori luogo.

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Per noi di EDIBRICO, che consideriamo il fai da te un vero stile di vita, è una tortura sentirlo utilizzare per definire solo qualcosa di negativo.

“fai da te: il fare da sé lavori di manutenzione, di riparazione, di produzione di oggetti di uso domestico, senza ricorrere ad operai o tecnici specializzati”. Questa è la definizione che ne dà il vocabolario. Aggiungerei che è una salutare attività per mente e corpo, una via per staccarsi dal branco, per non essere passivi, per liberare e far crescere la creatività e la capacità manuale. Di negativo mi sembra che non ci sia proprio niente, c’è semmai qualcosa di concreto e sano che, in quanto tale, forse, non può essere capito e preso in considerazione da chi vive di parole e,a volte, di apparenze e superficialità.

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