Prepariamo delle saponette fai da te senza soda, colorate e profumate da regalare ai nostri amici
Per realizzare saponette fai da te si possono utilizzare due tecniche: la tecnica a freddo, nella quale gli ingredienti vengono lavorati senza essere scaldati, e la tecnica a caldo, nella quale gli ingredienti vengono sciolti a bagnomaria.
Scelta delle essenze in base ai tipi di pelle
Pelle normale
Bergamotto, Camomilla, Lavanda, Rosa
Pelle secca
Arancio, Gelsomino, Geranio, Mirra, Sandalo, Ylang-Ylang
Pelle grassa
Cipresso, Limone, Menta, Mirto, Patchouli
Pelle matura
Carota, Rosa
Pelle impura
Achillea, Cedro, Camomilla blu, Galbano, Rosa
Saponette fai da te con la tecnica a freddo
Prepariamo dentro un catino un impasto con 250 g di scaglie di sapone, 1 cucchiaino di essenza di lavanda, 3 cucchiaini di olio di mandorle, 1-2 cucchiaini di colore alimentare e 5 cucchiai di acqua calda. Impastiamo fino ad ottenere un composto di colore omogeneo.Mettiamo l’impasto tra due fogli di plastica trasparente (in alternativa anche la carta forno va bene) e stendiamo l’impasto con l’aiuto di un mattarello fino ad ottenere un composto dell’altezza di 1-2 centimetri. Con gli stampi per biscotti ricaviamo le saponette dalle forme più svariate o tagliamo l’impasto a rettangoli.
Le saponette fai da te vanno riposte su un vassoio e lasciate asciugare per 24 ore.
Saponette fai da te con la tecnica a caldo
Versiamo 100 g di scaglie di sapone alla glicerina in un recipiente di vetro a bagnomaria su fuoco basso e rimestiamo fino allo scioglimento. Aggiungiamo mezzo cucchiaino di colorante alimentare diluito con un cucchiaio di acqua e qualche goccia di olio essenziale ed eventualmente fiori secchi. Togliamo il recipiente dal fuoco e versiamo il composto direttamente in uno stampo ben pulito e unto con un po’ di olio essenziale. Lasciamo riposare la forma di sapone per circa 24 ore. Estraiamola e tagliamo tante saponette fai da te. Prima di utilizzarle dovremo attendere che si siano ben solidificate lasciandole tre settimane circa in scatole di latta.
Uova di Pasqua decorate con una tecnica semplice e divertente per creare in pochi minuti uova marmorizzate dalle tonalità accese e brillanti o uova giocose decorate con i fumetti per i più piccoli
Diamo il via ai lavoretti di Pasqua! Per queste uova di Pasqua decorate utilizziamo i colori Marabu Easy Marble che sono adatti per marmorizzare plastica, polistirolo, carta, legno, metallo, cartapesta ecc…
Per cominciare riempiamo d’acqua un contenitore, ad esempio un vasetto grande dello yogurt.
Con l’apposito contagocce facciamo cadere sulla superficie dell’acqua alcune gocce di colore di due/tre tonalità diverse (ne sono disponibili addirittura 20) e mescoliamo velocemente con uno stecchino.
Infilziamo l’oggetto da decorare su uno stuzzicadenti e immergiamolo completamente nell’acqua, procedendo con lentezza e gradualità; estraiamolo quindi molto rapidamente e lasciamolo asciugare.
Prima di immergere altri oggetti, rimuoviamo con un foglio di carta la pellicola di colore rimasta sull’acqua. Con questa tecnica possiamo decorare uova pasquali, palline di Natale, candele, biglietti di auguri…
Uova di Pasqua decorate con découpage
Un’altra idea che vi suggeriamo per decorare le uova di Pasqua in compagnia dei vostri bambini, è quella del découpage. In questo caso abbiamo utilizzato dei ritagli di carta presi da pagine di fumetti (tipo quelle del Topolino).
Possiamo utilizzare uova vere svutotate, o più semplicemente quelle di polistirolo o legno che possiamo acquistare già pronte per la decorazione nei centri bricolage e nei supermercati nel periodo pasquale. Ritagliamo le vignette ed incolliamole sulle uova. Per incollarle utilizziamo una soluzione di acqua e colla vinilica (3 parti di colla vinilica e 1 parte di acqua). Una volta asciutto rifiniamo il lavoro con un paio di mani di vernice da découpage che rende la decorazione lucida e impermeabilizza la superficie.
Uova di Pasqua con i bottoni
Infine vi suggeriamo un’idea facile e veloce per le vostre uova di Pasqua decorate. Incolliamo dei bottoni colorati sulla superficie. Dotiamo le uova di cordino per appenderle.
Ecco altre utili guide passo-passo per realizzare lavoretti di pasqua:
I sistemi ad energia eolica di piccola taglia, detti minieolici, si adattano all’ambito residenziale per trasformare l’energia cinetica del vento in energia elettrica, attraverso generatori: una tecnologia che fino a oggi è rimasta “all’ombra” del fotovoltaico, ma in determinate zone del territorio potrebbe essere addirittura più conveniente
Le turbine eoliche (o aerogeneratori) che forniscono energia eolica, derivano sostanzialmente dai mulini a vento: il gruppo generatore è posto alla sommità di un palo che più si trova in alto e più è esposto alle correnti d’aria. Nella fascia destinata all’installazione residenziale rientrano impianti eolici fino a 20 kW di potenza e con altezze inferiori a 30 metri (niente paura, ne bastano molti di meno); il costo di un impianto minieolico varia, in media, tra 3.500 e 5.000 euro per ogni kW di potenza installata, tenendo presente che è più oneroso un impianto da 4-5 kW rispetto ad uno superiore a 10 kW.
Non necessariamente il palo di supporto dev’essere innalzato da terra, anche un tetto ben esposto può ospitare un generatore eolico. Entro i 20 kW non è neppure necessaria la VIA (Valutazione di Impatto Ambientale), anche se occorre accertarsene presso il proprio Comune. Ma, mentre il sole splende più o meno su tutti e con una discreta frequenza, il vento non è altrettanto democratico e costante, per cui si tratta di una scelta non sempre attuabile: bisogna che il punto d’installazione sia esposto a venti con velocità tra 5 e 20 m/sec (15-60 km/h), considerando le velocità intermedie come quelle ottimali per il miglior rendimento.
Oltre velocità di 13-14 m/sec, infatti, un impianto di piccola taglia non produce una quantità di energia superiore, in quanto viene “frenato” dai sistemi di sicurezza che proteggono il rotore da eccessive sollecitazioni, arrivando anche a fermarlo temporaneamente in caso di venti molto intensi.
Si tratta di una tecnologia affidabile, pulita, che assicura una produzione di energia già con venti deboli e un recupero dell’investimento in pochi anni, se i sopralluoghi e le verifiche preliminari soddisfano i requisiti.
Detrazioni e incentivi energia eolica
Le detrazioni riferite alla riqualificazione energetica valgono anche per gli impianti eolici: 50% della spesa, incluse le prestazioni, da detrarre dall’Irpef in 10 anni fino al 30 giugno, data oltre la quale la percentuale di spesa detraibile si abbasserà al 36%.
Per gli impianti di energia eolica tra 1 e 20 kW di potenza, ovvero la fascia che interessa il residenziale, il Gse ha stabilito una tariffa incentivante di 0,291 €/kWh per 20 anni, contro i 0,30 €/kWh per 15 anni in vigore con il precedente decreto. I costi di gestione dei piccoli impianti (1-3 kW) non renderebbero appetibile l’installazione, che diventa interessante per impianti superiori a 10 kW, con possibilità di ritorni economici del 10-12% annuo.
Le aree rosse e arancio sono le più battute dai venti.
Il fatto che l’Italia sia una penisola farebbe pensare ad un territorio facilmente esposto ai venti, ma le mappe eoliche sembrano attestare il contrario. Tuttavia, queste mappe hanno un valore puramente indicativo, in quanto nel dettaglio di una stessa zona possono coesistere zone a ventosità molto diversa, per altitudine o per ostacoli paesaggistici alle correnti d’aria: l’unico modo per avere dati concreti riguardanti il sito in cui si ha idea di installare generatori eolici rimane quello di affidarsi ad una perizia anemometrica o, se ci si trova abbastanza vicini ad una stazione meteo, farsi dare indicazioni in base ai valori in loro possesso. Accedendo al sito AtlaEolico si può trovare una mappa simile a questa, dove è possibile attivare uno zoom ed avere informazioni più attendibili.
Le diverse tipologie di generatori e di installazione
Ad asse orizzontale
Le pale (solitamente tre) sono unite a un mozzo collegato ad un albero che trasmette il movimento al generatore elettrico. In alcuni casi è presente un moltiplicatore che ha il compito di far girare più velocemente il generatore rispetto alle pale.
Questi elementi sono racchiusi in un contenitore, detto navicella, montato su un perno che permette all’insieme di ruotare per seguire la direzione del vento, operazione facilitata da un’aletta verticale posta in coda (timone) che fa muovere la navicella in direzione del vento. In caso di vento troppo forte un sistema di sicurezza disattiva il generatore.
Ad asse verticale
Consiste in una struttura molto più longilinea, prende il vento da qualsiasi direzione soffi ed è più semplice anche a livello costruttivo, con meno parti mobili. La minore invasività, non soltanto in larghezza, ma anche in altezza (possono bastare strutture alte 6 metri) li rende preferibili per installazioni in zone abitative, anche se per il momento hanno un costo superiore rispetto a quelli ad asse orizzontale e risultano meno efficienti; quest’ultimo aspetto è compensato dal fatto che, con la loro struttura, possono tollerare anche venti forti, perciò funzionare anche quando quelli ad asse orizzontale verrebbero disattivati dal sistema di sicurezza. Inoltre, anche la rumorosità di funzionamento è inferiore agli impianti ad asse orizzontale, praticamente irrilevante.
Energia eolica: impianti “stand alone” o “grid connect”
Nel primo caso si tratta di impianti “a isola”: l’energia prodotta dal generatore eolico viene immagazzinata in batterie di accumulo. Un sistema di regolazione provvede a mantenere in carica le batterie e a regolarne la tensione in base al carico scelto dall’utente, mentre un inverter a rapporto fisso può alimentare i carichi domestici.
Nel secondo, l’energia viene immessa direttamente in rete e conteggiata tramite un contatore, in accordo con il Gse come avviene per il fotovoltaico (scambio sul posto). Esiste un’opzione ibrida che utilizza entrambi i sistemi, anche affiancati ad altri (solare, fotovoltaico ecc), con circuiti di scambio.
Energia eolica dal mulino a vento ad oggi
Già intorno al 3000 a.C., in Persia (Iran), i mulini a vento venivano utilizzati per azionare le macine e, in seguito, anche per prelevare acqua dai pozzi: l’energia eolica veniva trasformata in energia meccanica.
Oggi si punta ad utilizzare l’azione del vento per produrre energia elettrica in modo assolutamente ecologico, ma non dimentichiamo che l’energia eolica ha accompagnato la storia dell’uomo gonfiando le vele delle imbarcazioni che hanno portato alla scoperta di nuovi mondi, nonché di prodotti alimentari, e non, che utilizziamo ogni giorno.
Una valida alternativa alla realizzazione del cappotto viene dal moderno intonaco termoisolante fibrorinforzato, a basso peso specifico, traspirante e resistente al fuoco.
L’intonaco termoisolante è caratterizzato da eccellenti doti di coibentazione che gli vengono attribuite da una ridotta conducibilità termica. Questa proprietà è data dalla particolare formulazione che prevede l’aggiunta al legante (che può essere a base calce o base cemento) di elementi quali sughero, argilla e, all’uso, polveri diatomeiche e vetro espanso. Così composto, l’intonaco termoisolante acquisisce anche altre qualità, come l’elevata riduzione della trasmissione dei rumori, la scarsa e in qualche caso nulla reazione al fuoco, e ancora la traspirabilità, l’ecosostenibilità e l’imputrescenza. Essendo applicabile indifferentemente all’interno e all’esterno delle costruzioni, l’intonaco termoisolante si pone come possibile alternativa all’applicazione di un cappotto convenzionale con pannelli isolanti.
Quest’ultimo, tuttavia, mantiene il primato per quel che riguarda il potere isolante, anche perché per l’intonaco termico non si consiglia di superare i 6 cm di spessore, qualcosa di più applicando una rete di sostegno. In tutti i casi, il termointonaco è più semplice e veloce nella stesura; si presta maggiormente all’applicazione negli edifici storici e di pregio; aderisce integralmente alle strutture sottostanti; non è attaccabile dalle muffe e non ne consente la formazione sulle sottostrutture; ha un’elevata resistenza al fuoco; è solido e resistente; permette di correggere eventuali irregolarità delle pareti, adeguando anche inclinazioni non volute in senso verticale o orizzontale, frequenti negli edifici storici.
L’applicazione dell’intonaco termico può essere fatta contemporaneamente all’esterno e all’interno dell’abitazione, per incrementare ulteriormente il beneficio ottenibile. La traspirabilità, inoltre, lo indica come soluzione ideale nel caso di costruzioni con problemi di umidità, anche di notevole portata.
Gli strati da sovrapporre alla struttura muraria iniziano con il primer aggrappante (1), seguono l’intonaco termoisolante (2), il rasante (3), la finitura (4).
La formulazione
Argilla: inerte naturale poroso, leggero, traspirante, con buona inerzia termica.
Polvere diatomeica: elevato grado di porosità, 85% del suo volume.
L’applicazione
Il lavoro compiuto nasconde perfettamente lo spessore del materiale aggiuntivo. Nel contorno degli infissi è possibile attenuare leggermente gli spessori andando a sormontare il telaio quanto basta, senza avvicinarsi eccessivamente alla battuta delle ante apribili, cosa che risulterebbe antiestetica.
I sacchi di termointonaco sono miscelati all’acqua all’interno dell’intonacatrice, la macchina che viene utilizzata per distribuire il prodotto sulla parete. Si inizia dal basso, seguendo ripetuti percorsi orizzontali da una fascia all’altra.
La parificazione della superficie avviene usando la staggia, tenuta in modo che appoggi sulle fasce laterali e tirata verso l’alto facendola ondeggiare lateralmente per favorire la distribuzione uniforme dell’intonaco e la rimozione di quello in esubero.
Il rasante si applica per uniformare la superficie, sia per quel che riguarda la granulosità, sia per il riempimento di eventuali avvallamenti e imperfezioni, onde ottenere una parete liscia e piana. Il rasante si applica, si tira e poi si liscia con una grossa manara.
Se la finitura scelta è in pasta, la stesura va fatta con manara. Lo strato deve essere molto uniforme, ma solitamente non è un problema osservare questa regola, dovendo limitare lo spessore a pochi millimetri. La superficie si uniforma con movimenti rotatori della manara tenuta perfettamente in piano, con mano leggera.
“Le devastazioni del nostro paesaggio sono l’opera di una perversa alleanza tra forze diverse dell’imprenditoria, della finanza, della politica e delle mafie. Ma ne sono responsabili anche architetti, ingegneri e urbanisti.” Questo il grido di allarme, molto condivisibile, del professor Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, nella sua lectio magistralis dal titolo “L’etica dell’architetto e il restauro del paesaggio”.
A Milano, nelle zone Fiera e Garibaldi, per esempio, è sotto gli occhi di tutti la cementificazione in atto, di cui non si capisce l’utilità pratica ed estetica. Sfigurata da discutibili grattacieli e condomini finiti o da ultimare, per la maggior parte spettralmente vuoti, sembra una città oltraggiata dall’arroganza di chi non è in grado di apprezzare l’armonia dell’architettura del passato.
Il professor Settis prosegue tirando in ballo l’etica, che dovrebbe essere il filo conduttore di qualsiasi professione e, in maniera particolare, per gli architetti, che possono incidere così pesantemente sull’estetica del territorio e sulla salute delle persone. Settis dice, infatti, che, come per la professione medica era nato già nel 400 a.C. il giuramento di Ippocrate, anche per gli architetti dovrebbe esserci un giuramento che riporti all’etica contenuta nel trattato “De architectura” di Vitruvio (architetto del primo secolo a.C.). Perfette per un codice etico di oggi le sue parole: “La scienza dell’architetto richiede l’apporto di molte discipline e di conoscenze relative a svariati campi. Egli dev’essere in grado di giudicare i prodotti di ogni altra arte. La sua competenza nasce da due componenti: quella pratica, che è la costruzione, e quella teorica… Solo chi padroneggia sia la pratica sia la teoria è dotato di tutte le armi necessarie e può conseguire pieno successo…”. Si parla poi di “rispetto per la storia e per i contesti” e di “attenzione per la salute”.
Con l’esperienza e le innovazioni di oggi l’architettura dovrebbe essere solo di prim’ordine e nessuno, se il codice etico di chi progetta fosse quello di Vitruvio, avrebbe costruito abitazioni a un passo dalle discariche in Campania o, come a Milano, sopra un gigantesco deposito illegale di scorie cancerogene. Per fortuna inizia a farsi strada una corrente di architetti “obiettori dal consumo di nuovo suolo”, che da mesi sta ricercando una strada collettiva per dissuadere i committenti di nuove villette indirizzandoli verso il recupero dell’esistente.
A proposito di recupero dell’esistente, su questo numero lo speciale è dedicato proprio alla riqualificazione energetica delle abitazioni, un intervento di cui moltissimi edifici avrebbero bisogno. I vantaggi sono indubbi: dal piacere di vivere in una casa ben isolata dal caldo e dal freddo, un vero nido, a quello di aver contribuito al miglioramento delle case già esistenti, al merito di aver dato una spinta all’economia rimettendo in moto l’edilizia senza costruire.
Un moderno sistema cappotto con rivestimento in pietra per una ristrutturazione “rispettosa del contesto”.
Il rapporto del Censis (l’istituto di ricerca socio-economica nato nel 1964, oggi fondazione) sulla situazione sociale del Paese relativo al 2013 ha stupito molto perché, oltre alle percentuali strettamente legate alle abitudini che riguardano la vita materiale, ha fatto considerazioni che investono il benessere, o meglio il malessere, psicologico di noi Italiani. Infatti ci ha definiti “una società sciapa e infelice in cerca di connettività”. Bisogna purtroppo ammettere che questa diagnosi spietata corrisponde alla realtà e che questa infelicità e incapacità di connettersi con il prossimo è determinata dal nostro essere “una società caratterizzata da individualismo, egoismo particolaristico, resistenza a mettere insieme esistenze e obiettivi, gusto per la contrapposizione emotiva, scarsa immedesimazione nell’interesse collettivo e nelle istituzioni”. Oltre al desiderio di superare questa fase (“la crisi antropologica prodotta da queste propensioni sembra aver raggiunto il suo apice ed è destinata a un progressivo superamento” prosegue il Censis), ci sono già tante eccezioni, isole in cui la situazione non è così, perché regole e valori sono diversi. La bella foto a fianco con alcuni ragazzi di San Patrignano, la comunità che accoglie gratuitamente persone con problemi di tossicodipendenza ed emarginazione, ne è un esempio che ci rincuora e dovrebbe farci riflettere. Anche i giovani di San Patrignano hanno dovuto e voluto voltar pagina, dopo un periodo critico della loro vita, e lo hanno fatto integrandosi in una collettività con regole di vita di civile convivenza, nel rispetto di se stessi, degli altri e dell’ambiente di lavoro, imparando ad apprezzare le piccole grandi cose, a gioire dei successi e a rialzarsi dopo gli errori, a condividere e a confrontarsi con gli altri. è una realtà davvero sorprendente dalla quale emerge come un progetto portato avanti con amore e determinazione, sostenuto dalla generosità di persone illuminate, possa cambiare la vita di tanti individui. Da pagina 8 pubblichiamo un servizio dedicato alla falegnameria di San Patrignano dove si realizzano mobili anche recuperando il legno delle barrique, le botti per l’invecchiamento del vino. Ma i lavori che si insegnano sono davvero tantissimi: si fanno i formaggi e i salumi, si alleva il bestiame, si modella il cuoio, si lavora il ferro, si tesse, si cucina, ecc… www.sanpatrignano.org/it/formazione. Tanti laboratori dove i ragazzi ospiti, apprendendo un mestiere, imparano il gusto per le cose belle, ritrovano se stessi attraverso il confronto e il dialogo continuo con i loro compagni, restituiscono senso alle giornate e possono coltivare aspirazioni e speranze. Un esempio encomiabile e forse una ricetta che potrebbe guarire anche una società sciapa, infelice e in cerca di connettività come la nostra.
Una simpatica idea bricolage di riciclo, colorata e divertente, realizziamo fai da te una cornice con i tappi
Per questa idea quello che conta è avere (o realizzare) un portafoto con una cornice molto ampia rispetto alla finestra di apertura centrale. Questo per poter disporre dello spazio sufficiente a fissare una ricca serie di tappi colorati, bottoni e altri piccoli ornamenti. I due pannelli di MDF accoppiati possono essere facilmente ritagliati nelle più disparate forme usando un seghetto da traforo. Libertà anche per il soggetto: si può inserire una foto o un mosaico di tessere a specchio.
TAPPI DECORATIVI
Trattiamo i tappi con colori acrilici per mascherare il marchio presente su di essi. Scegliamo colori vivaci, magari in sintonia con la tinta delle nostre pareti.
Quando il colore è asciugato, fissiamo i tappi sulla cornice usando la colla a caldo, da stendere in piccola quantità lungo tutto il profilo inferiore dei tappi.
Sempre con la colla a caldo impreziosiamo i tappi con i bottoni e gli altri oggetti recuperati.
Al posto della foto possiamo anche inserire un piccolo mosaico di tessere a specchio (in vendita a peso nei negozi di belle arti).
…OPPURE SPECCHIO
Fissiamo le due parti della cornice collocando poche gocce di termocolla ai quattro angoli dei ritagli di MDF. Esercitiamo una leggera pressione per pochi secondi. Un’attaccaglia, fissata posteriormente, consente di appenderlo alla parete.
Una delle realizzazioni più intraprese tra i bricoleur
Costruire un tavolo da pranzo è una delle realizzazioni più intraprese tra chi pratica il bricolage. L’ampliamento del piano può ottenersi in più di un modo, ma quello più diffuso vede un piano divisibile con le due metà che scorrono in fuori per consentire l’inserimento di una (o più) tavola di prolunga che un qualche accorgimento vincola ai due semipiani. Proprio di questo tipo è il tavolo che proponiamo, studiato appositamente per il fai da te che possiede un’attrezzatura limitata a circolare (o può farsi tagliare i pezzi in segheria), trapano e fresatrice. Tutto il sistema di incastri e guide, infatti, si realizza con la giustapposizione di strisce di multistrato di legno duro che, incollate assieme, opportunamente sfalsate, creano quelle scanalature e quei risalti che nella falegnameria tradizionale avrebbero richiesto l’uso di una grossa toupie. Per quanto semplice, il sistema richiede la massima precisione sia nel taglio dei pezzi sia, soprattutto, nella loro unione e nel loro montaggio nella base del tavolo e sotto i piani mobili; una deviazione, anche piccola, nell’allineamento, infatti, renderebbe impossibile il corretto scorrimento.
Un’accurata levigatura e un abbondante uso di paraffina risultano indispensabili per la finitura del tavolo con semilavorati.
L’ASSEMBLAGGIO
Tagliate a misura le quattro gambe e levigato accuratamente il taglio, conviene raggrupparle e disegnare sul loro capo un triangolo che poi ci servirà per identificare le facce su cui aprire i fori per le spine.
I fascioni rientrano di 12 mm rispetto alle facce esterne dei dadi. Inseriti nei fori per le spine i marcatori e bloccata la gamba sul banco, facciamo scorrere il fascione su qualche pezzo del solito multistrato, guidandolo contro il dado con una squadra o una tavola posta a filo del capo della gamba e premendolo con forza.
I fori nel dado, per essere esattamente perpendicolari, si fanno o sotto il trapano a colonna o con il trapano montato in una guida a tuffo. Eliminare ogni traccia di trucioli.
Nell’esatto centro dei due fascioni di testata vanno aperti i passaggi per le guide dei semipiani, finestre larghe 68 ed alte 25 mm da ottenere con qualche taglio di sega e lavoro di scalpello. I tre lati della finestra, levigati a specchio, vanno poi lubrificati con stearina o paraffina, date a caldo e stese con un panno di lana.
Il montaggio inizia spinando le gambe ai fascioni di testata (qui quello cieco; nell’altra coppia di gambe va inserita anche la tavola di piatto). Perché il lavoro risulti a regola d’arte il fascione dev’essere poggiato su un pezzo di multistrato da 12 mm, così da rimanere in linea con i dadi delle gambe. Indispensabile controllare la squadratura dei tre elementi da bloccare con un lungo strettoio.
UTENSILI
Trapano, fresatrice, sega circolare, toupie, trapano a colonna, squadra, strettoio
Delicati fiori a uncinetto, come per magia, sbocciano in un prato di muschio all’interno di un piccolo scrigno di legno. Ecco il vero uncinetto creativo.
Chi ha la sensibilità di osservare colori e forme presenti nei giardini e nei prati può cimentarsi in lavori di uncinetto creativo realizzando fiori a uncinetto per composizioni e centrotavola da regalare ad amici e parenti. Nell’esempio di uncinetto creativo riportato, fiori di calla e foglie bicolori sono accostati tra loro per formare un’insolita ambientazione.
Materiali occorrenti per realizzare fiori a uncinetto
Guttaperca verde, fil di ferro sottile, spugna per fiori secchi, pistola per colla a caldo, muschio, forbici, cofanetto di legno, uncinetto, cotone n° 8 di vari colori. I punti usati: cat – catenella A – maglia alta mb – maglia bassa mma – maglia mezza alta AD – maglia alta doppia AT – maglia alta tripla AQ – maglia alta quadrupla
La base
Collochiamo una spugna per fiori secchi all’interno del cofanetto, tagliandola un centimetro circa sotto il bordo.
Ricopriamo la spugna con uno strato uniforme di muschio, aiutandoci con le forbicine appuntite.
Con la colla a caldo fissiamo il coperchio del cofanetto in modo che resti in posizione aperta.
La Calla
Per la calla: 3 cat – 7 A sulla prima cat – chiudiamo – 10 mb sulle maglie sottostanti – chiudiamo – 12 mb – chiudiamo – 14 mb – chiudiamo – 16 mb – chiudiamo – 16 mb – torniamo indietro girando il lavoro – 14 mb e le ultime due chiuse assieme – giriamo il lavoro e continuiamo chiudendo le ultime due mb assieme fino a rimanere con 3 mb – chiudiamole assieme.
Per il pistillo: 4 cat – chiudiamo – 4 A – chiudiamo – ripetiamo 4 volte – chiudiamo con m bassissime (deve rimanere chiuso in cima).
Ripieghiamo a metà un pezzo di filo di ferro sottile e avvolgiamolo su se stesso.
Inseriamo il pistillo sulla parte già avvolta, tenendo teso il filo di chiusura.
Inseriamo la calla nel fil di ferro e posizioniamo all’interno il pistillo.
Avvolgiamo il fil di ferro nella guttaperca verde, fermando con essa i fili di chiusura della calla e del pistillo.
La foglia verde
Foglia verde: 31 cat – pieghiamo il fil di ferro a U e inseriamolo lavorando sulle cat sottostanti – 2 cat – 2 mb – 3 mma – 3 A – 2 AD – 2 AT – 2 AQ – 2 AT – 2 AD – 3 A – 3 mma – 2 mb – 2 cat – ripetiamo dall’altro lato.
Sistemiamo il gambo delle foglie nella spugna attorno al gambo della calla.
Foglia bicolore: (con il cotone bordeaux) 12 cat – pieghiamo il fil di ferro a U e inseriamolo lavorando sulle cat sottostanti – 1 mb – 2 mma – 1 A – 3 AD – 1 A – 2 mma – 1 mb – ripetiamo dall’altro lato; (con il cotone verde chiaro): un giro attorno alla foglia a maglia bassissima.
Collochiamo le foglie attorno al filo di ferro e fermiamo i fili di chiusura con guttaperca verde.
Inseriamo il gambo delle foglie ben a fondo nella spugna.
Editoriale tratto da “Far da sé n.435 Febbraio 2014”
Autore: Carlo De Benedetti
“Sono 20 anni che uso FAR DA SÉ. I primi numeri li ho comprati da ragazzo insieme ai primi utensili e ancora li conservo in laboratorio, dove possono sempre servire per qualche spunto. Avete creato e portato avanti non una rivista, ma una filosofia di vita, fatta di uomini e donne che non hanno paura di sporcarsi le mani pur di realizzare ciò che desiderano: persone che insegneranno ai propri figli che non tutto è dovuto, ma che nella vita ogni giorno bisogna guadagnarsi il pane a qualsiasi livello sociale si appartenga. Per la prima volta mando alcuni spunti di cose che ho realizzato negli ultimi 5 anni, ovvero da quando ho gettato il primo solaio della mia nuova casa e impiantato il laboratorio in quel garage appena costruito”.
Vorremmo sottolineare due cose di questa lettera che ci scrive Leonardo Riu da Sassari, senza soffermarci sulla filosofia del far da sé di cui già più volte abbiamo parlato.
Ci ha colpito quel verbo “usare” legato alla rivista: si usa un martello, una penna, un computer, una sega ecc, ma, il lettore ci dice, si usa anche una rivista, in questo caso la nostra FAR DA SÉ, se le sue pagine non sono solo da guardare, ma brillano di concretezza, di informazioni tecniche, di illustrazioni che mostrano ogni particolare e se, sfogliandole e tenendole lì a portata di mano, quelle pagine sono utili in qualsiasi momento proprio come un attrezzo che si impugna con forza e consapevolezza.
Cogliamo poi, nell’urgenza di approntare il laboratorio nello spazio tra le fondamenta e la soletta del primo piano appena gettati, tutta quell’ansia di fare, di muovere le mani, di dare corpo alle proprie idee che caratterizza un buon far fa sé: immaginiamo Leonardo, come mille altri nostri lettori, che scalpita davanti a questo nuovo ambiente, che lo arreda di banco e di scaffalature, che è pronto a riempirle di attrezzi manuali ed elettrici, di barattoli e di ferramenta, in una frenesia che è la sana voglia di fare. E la rivista FAR DA SÉ sta lì appoggiata sul banco a ricordare che le idee possono diventare progetti e i progetti possono concretizzarsi in mobili, arredi, oggetti, ma anche miglioramenti e riparazioni per la casa all’interno e all’esterno.