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Tornare indietro per andare avanti

Editoriale tratto da “In giardino n.46 Febbraio – Marzo 2014”

Autore: Nicla de Carolis

Tempi di crisi come quello che stiamo vivendo, una crisi, non solo economica ma ben più profonda, di valori e di regole, che causa perciò malessere se non addirittura infelicità in molti di noi, indistintamente, sono tempi favorevoli per fare autocritica e cambiar strada. Alla luce di ciò c’è una voglia di ritorno all’etica, al buono, al piacere delle cose immateriali, agli affetti familiari, alle tradizioni, a una vita che scorra più lenta con ritmi più umani.
Sembra che, in molti casi, la ricetta per tornare a vivere meglio sia quella di guardare e ispirarsi a stili di vita del passato, quando il consumismo, la finanza e il denaro non erano ancora gli unici obiettivi e non venivano considera ti indicatori di benessere.
Anche il desiderio di un ritorno alla terra (inteso come possedere un terreno per fare un orto o un giardino se non addirittura per avviare una vera azienda agricola) è piuttosto diffuso. E addirittura si torna a coltivare secondole vecchie regole che oggi rientrano nel discorso della sostenibilità: “I consumi e le contaminazioni non devono superare la velocità della natura nello smaltire le scorie e nel reintegrare le risorse impiegate”.
Sostenibilità, dunque, un concetto che solo 60 anni fa non esisteva ma era praticato da tutti perché era profondo il rispetto per la terra e per la natura come fonte di sostentamento. Nessuno si sarebbe sognato di sotterrare rifiuti tossici compromettendo la produzione di interi appezzamenti solo per ricavarne denaro…
Quindi tornare ad amare la terra per ciò che di buono e sano essa può produrre, e non pensare che il suo valore possa essere solo la trasformazione da terreno agricolo a edificabile, sarebbe un importante passo in avanti.
Lo dimostrano le aziende agricole, spesso prese in mano da giovani, che affinano la produzione applicando le severe regole dell’agricoltura biologica e perfino quelle della biodinamica: mantenere la fertilità della terra, rendere sane le piante in modo che possano resistere alle malattie e ai parassiti, produrre alimenti di qualità più alta possibile.
Regole che un vecchio contadino considererebbe la normalità, ma che oggi sono un’encomiabile scelta etica, vincente anche sotto il profilo economico.

Magico idromassaggio – Opera del genio italico

Editoriale tratto da “Rifare Casa n.31 Gennaio-Febbraio 2014”

Autore: Nicla de Carolis (Direttore Editoriale di Fai da te, Rifare Casa, Far da sé, In Giardino)

Troppo spesso noi Italiani ci sottovalutiamo e non abbiamo presente quante sono le invenzioni e le bellezze prodotte nei secoli dalle menti vivaci del nostro popolo. L’arco a tutto sesto, l’acquedotto rialzato per lunghe distanze, i chiodi in metallo, solo per citare qualcosa dei tempi dell’antica Roma. Ma poi vediamo che il padre dell’anestesia è Ugo da Lucca (1200) e sempre in Italia nascono gli occhiali e la bussola (1300), la macchina da scrivere (1808), il telefono (1844), la lampadina elettrica (1881), il cavo elettrico (1885), la radio (1895), il radar (1922), la plastica (1960), l’autovelox… sic (1960). E questo elenco è solo una piccolissima selezione delle meraviglie nate nel nostro Paese: infatti quasi tutto ciò che la società mondiale utilizza è frutto del genio e dell’intuizione di un italiano. L’informatica probabilmente non avrebbe avuto il suo attuale successo senza l’intuizione del “microchip” di Federico Faggin, così per il personal computer di Pier Giorgio Perotto e l’algoritmo di Massimo Marchiori a cui Google deve il suo trionfo. Anche l’idromassaggio, aspirazione di tanti che ancora non lo hanno e, per chi lo possiede, dispensatore di piacere e benessere grazie ai suoi
getti di aria/acqua che provocano le mille bolle, è l’invenzione dell’italiano Candido Jacuzzi. Una storia avvincente quella dei fratelli Jacuzzi, di
Casarsa della Delizia, in Friuli Venezia Giulia, fondatori dell’omonima multinazionale italiana, che nel 1915 partirono dall’Italia per la California, in cerca di successo. La loro prima invenzione fu un’elica di nuova concezione, poi una pompa per l’irrigazione e una superventola ad aria calda per combattere le gelate nei campi. Nel 1956 brevettarono la pompa per vasca da bagno, primo passo per il prodotto che diverrà quello di maggior successo dell’azienda: la “Roman Bath” (ispirata alle antiche terme romane), che parte dal progetto di Candido rielaborato dal nipote Roy, nasce nel 1968 ed è la prima vasca al mondo con bocchette integrate e un sistema idromassaggiante.
Le funzioni della vasca idromassaggio nel tempo si sono perfezionate: si è attenuato notevolmente il rumore della pompa, si sono aggiunte la
cromo e l’aromaterapia, i getti modulabili, il televisore incorporato e altre meraviglie (nel servizio da pagina 52 potete vedere tutte le innovazioni
più interessanti). Negli Stati Uniti, ancor oggi, benché siano tante le aziende che costruiscono vasche idromassaggio, “giacusi” (così pronunciano loro Jacuzzi) è sinonimo di vasca idromassaggio. Un motivo in più per essere consapevoli , e orgogliosi del fatto che le grandi scoperte e le intuizioni più importanti che hanno dato impulso al progresso del mondo portano la firma di un italiano e che ancora una volta le potenzalità del genio italico ci aiuteranno ad uscire da questo impasse.

Boom del fai da te?

Editoriale tratto da “Far da sé n.434 Gennaio 2014”

Autore: Carlo De Benedetti

A “fare di necessità virtù” gli Italiani sono da sempre molto bravi e anche in questa crisi, che non accenna ad attenuare i suoi morsi, la nostra tradizionale capacità di arrangiarci, traendo da un male un bene, si è ancora una volta manifestata alla grande. Se ne è accorto anche Il Sole 24 ore che in un articolo, citando un’indagine Swg per la confederazione nazionale dell’artigianato, ha affermato che “il 51% degli Italiani confessa di arrangiarsi da solo in tutti i casi in cui è possibile e… un altro 25% si affida, prima di chiamare un tecnico, a qualche amico che se ne intenda”.

Si scopre quindi che sanitari, serramenti, pavimenti, prese elettriche e mobili sono i campi in cui si preferisce non ricorrere al tecnico per fare da soli, che imbiancare i locali, installare nuovi punti luce, riparare le perdite del lavandino, sostituire le piastrelle del bagno, posare il parquet, riparare elettrodomestici e costruire piccoli oggetti di arredo sono i lavori più diffusi.

E si conclude infine che “il fare è appreso con l’esperienza, ma anche con uno studio applicato, perché il passo da brico-urgenza a brico-mania è breve”: e si citano i corsi realizzati da alcune grandi catene di negozi fai da te o i molti siti e portali concentrati su bricolage e riparazioni.

Quando leggiamo queste banalità (ogni due o tre anni, da trent’anni a questa parte, spunta fuori un nuovo studio che dice sempre le stesse cose, compresa quelle delle donne che diventano protagoniste del fai da te) verrebbe da sorridere: se c’è qualcuno che conosce il mondo del fai da te siamo noi che per primi gli abbiamo dato voce e nome in Italia (tanto è vero che questa rivista entra con questo fascicolo nel suo 40° anno di vita), che pubblichiamo riviste e libri su questo argomento, che editiamo il bricoportale.it adesso in una versione completamente rinnovata e straripante di contenuti, che siamo la fonte da cui tutti gli improvvisatori del settore scopiazzano immagini e testi, che sappiamo quanto sia difficile fare cultura e divulgazione del bricolage pur avendolo fatto per primarie aziende e catene di negozi, che abbiamo l’inestimabile risorsa di decine di migliaia di abbonati e lettori che con le loro opere ci consentono di avere sempre il polso del fai da te italiano.

Se fossero vere le percentuali citate, se il 51% degli Italiani fossero dei bricoleur, se il 25% si rivolgesse ad amici bricoleur, FAR DA SE’ venderebbe qualche milione di copie ogni mese! Nella realtà è vero che gli appassionati di bricolage crescono e che molte donne si affacciano con interesse a questo mondo, ma quanto bisogna ancora investire in energie e in entusiasmo, cominciando dai giovani e dai ragazzi, per farlo diventare un salutare interesse di massa!

Innovative porte del passato

Editoriale tratto da “Rifare Casa n.30 Novembre – Dicembre 2013”

Autore: Nicla de Carolis

All’inizio della nostra civiltà la porta serviva per isolare la casa dall’esterno: nei secoli successivi, sino al Medioevo, la porta interna diventava più diffusa nelle case dei nobili o dei ricchi mercanti dove veniva utilizzata per preservare l’intimità del padrone dagli sguardi indiscreti della servitù,  mentre nelle case popolari la promiscuità della vita non ne richiedeva l’installazione.
È nel Rinascimento che la porta inizia ad avere una funzione decorativa oltre che pratica, ma la vera e ampia diffusione della porta da interni si avrà a partire dal 1700, quando diventerà una necessità nelle case cittadine.

Oggi ci sono due linee di pensiero riguardo alla scelta della porta: quella che la vuole ben evidente, che interrompa la parete con materiale, colore diverso e con decori in rilievo, e quella che la vuole mimetica. Pur se l’offerta delle aziende produttrici è davvero ampia, analizzandola ci si rende conto che l’ispirazione di ogni modello è data da esemplari già realizzati in passato. La porta barocca a due ante, con importanti cornici modanate, con pannelli decorati, è nata per gli ambienti ampi, con soffitti alti, dei  palazzi d’epoca. La porta raso muro, in tinta o rivestita della stessa tappezzeria della parete che la ospita, spesso senza maniglia, è anch’essa presente nei palazzi d’epoca per chiudere locali di servizio o nascondigli segreti. E le origini della scorrevole si perdono nella storia greca e romana: nella città di Pompei è possibile osservare ancora oggi tracce di binari che testimoniano la presenza di sistemi scorrevoli già nel primo secolo d.C..
Anche la porta rototraslante, la proposta più recente nel panorama delle innovazioni del settore, nata per ridurre l’ingombro di apertura dell’anta, era già stata realizzata negli anni ‘30 dal mitico Le Corbusier per isolare in maniera invisibile l’abitazione dal suo studio, che era nello stesso appartamento (nell’Immeuble Molitor a Parigi).

Nello speciale di questo numero potete apprezzare come i produttori di oggi si siano dati da fare per interpretare in maniera innovativa i modelli del passato, partendo da basi tecnologicamente assai più avanzate, realizzando soluzioni insonorizzate, vestite a piacere, arrotondate, con effetto sospeso, con effetto moderno ma molto rustico, ecc…

Gapi Paints

L’azienda, da oltre venticinque anni, è impegnata nello sviluppo di nuove tecnologie nel settore dei prodotti vernicianti per l’industria.

Spazia dalla protezione anticorrosiva dei metalli alla pavimentazione industriale, dagli smalti per i campionari di colori ai rivestimenti antichizzati per le recinzioni, con una particolare attenzione ai prodotti che riducono l’inquinamento nell’ambiente di lavoro.

Nel 1995 entra a far parte del gruppo industriale “ Gapi “ di livello internazionale assumendone anche il nome.

Forte dalla propria esperienza e delle sinergie nate dalla nuova organizzazione, traduce le tecnologie, applicate per anni nel ciclo produttivo, in un’evoluzione in tutti i campi tecnologici e impone una ricerca di nuovi prodotti e percorsi produttivi che rispondano alle più esigenti richieste del mercato

Durante gli ultimi 50 anni le società del Gruppo Gapi hanno dato un efficace contributo allo sviluppo delle soluzioni di tenuta e anticorrosione in tutti i settori industriali . La soluzione ai problemi si realizza con l’impiego di mezzi appropriati e nel rispetto della qualità totale . Ciò ha consentito a GAPI S.r.l., capostipite del gruppo , di essere certificata ISO 9002 . Capacità di presentare prodotti tecnologici avanzati e razionalità nei processi produttivi sono i fattori di successo del gruppo Gapi.

La continua ascesa della Gapi Paints s.r.l. negli ultimi anni ha portato ad uno sviluppo tecnologico e formulativi che  ha contribuito allo sviluppo di tecnologie appropriate per la soluzione di svariati problemi nel campo della verniciatura, e , con la certificazione successivamente ottenuta da Lloyd’s come Quality Assurance ISO 9001:2000  ha potuto così aumentare e incrementare le proprie possibilità spingendosi oltre che sul mercato nazionale anche sui mercati esteri .

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Ecco cosa serve per un intervento fai da te:

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Piscine seminterrate

Le piscine seminterrate rappresentano, da sempre, un “plus” qualitativo per il relax nei nostri ambienti esterni.

Il desiderio di possedere una piscina non è un sogno irrealizzabile, ma i costi a cui si va incontro meritano un’attenta valutazione: oltre alle spese necessarie per la posa in opera, per le piscine seminterrate va tenuto conto dei successivi costi di gestione: consumo di acqua, energia elettrica, i prodotti per combattere alghe e batteri ed il riscaldamento. Tali costi comportano una spesa stimabile tra 6 e 18 euro al giorno, secondo le dimensioni. Se però le piscine seminterrate vengono usate solo nella stagione estiva, l’incidenza del riscaldamento va dedotta dalle spese di gestione.

Per richiedere un preventivo, meglio evitare la primavera avanzata a favore di settembre-ottobre, quando la “bassa stagione” fa sì che imprese e produttori siano più disponibili a rivedere i prezzi pur di accaparrarsi il lavoro.

Per limitare il consumo idrico occorre un sistema di ricircolo che oltre a recuperare l’acqua provvede al filtraggio ed alla depurazione, fattore indispensabile sotto il profilo igienico ma anche estetico, per evitare formazioni grigiastre sui bordi all’altezza del pelo libero dell’acqua.

Piscine seminterrate prefabbricate

piscine seminterrate, piscine

 

 

Rappresentano la soluzione più seguita per disporre di una vera piscina. Una volta realizzato lo scavo ed una gettata di calcestruzzo sul fondo, ci sono diverse possibilità: la più semplice ed economica consiste nel calare una vasca preformata, solitamente in vetroresina o materiale acrilico, livellarla e terminare con un reinterro omogeneo tutt’attorno.

L’alternativa è costituita da moduli in acciaio da assemblare e rivestire con un telo in PVC di lunga durata, un compromesso interessante tra la vasca prefabbricata e la piscina in cemento armato. In entrambi i casi, i costi sono sensibilmente inferiori rispetto all’effettiva costruzione di una piscina e la fruibilità è possibile nel giro di alcuni giorni. Maggiori informazioni  a questo link

Miniascensori

Anche quando sembra che lo spazio sia insufficiente, esistono diverse possibilità per installare un impianto di salita e discesa: ciò è possibile grazie ai miniascensori.

Convenzionalmente siamo abituati a definire “ascensore” quella cabina che ci permette di passare da un livello ad un altro senza usare le scale, premendo un pulsante: roba da condomini, un bene di lusso in un’abitazione monofamiliare.
Queste apparecchiature sono divise in due gruppi, apparentemente simili: gli ascensori veri e propri e le piattaforme elevatrici. Del primo gruppo fanno parte sistemi atti a superare livelli verticali senza limiti di altezza, richiedono spazi maggiori ed uno scavo (fossa) profondo almeno un metro a piano terra. Hanno doppia porta (di cabina ed al piano) e non serve mantenere premuto il pulsante per l’azionamento. Sono soggetti ad una severa normativa (legge 13/1989) ed a manutenzioni periodiche prestabilite ed onerose.
Le piattaforme elevatrici, dette anche miniascensori, svolgono un compito analogo, pur dovendo rinunciare a qualche comodità accessoria. Intanto non possono superare dislivelli superiori a 20 metri (quattro piani bastano?) e lo fanno ad una velocità decisamente inferiore, non più di 0,15 m/secondo contro gli oltre 0,6 di un ascensore. Il pulsante di comando va tenuto premuto per l’intero tragitto, anche quando si effettua la chiamata.
I miniascensori sono però più semplici da installare e richiedono opere minime: lo scavo si riduce a pochi centimetri ed il montaggio è piuttosto veloce, hanno ingombri inferiori e l’aspetto normativo è molto più semplice, compresi gli interventi di manutenzione. Nel complesso, i costi sono più contenuti, anche se per entrambe le soluzioni c’è un’ampia scelta di materiali e finiture che possono far lievitare il prezzo base.
Sono inoltre previsti sgravi fiscali e facilitazioni all’acquisto se i miniascensori sono necessari per rendere accessibili gli edifici da parte di persone diversamente abili: la legge 13/89 concede contributi a fondo perduto ed in più le singole regioni possono ampliare queste agevolazioni. In alcuni casi è prevista l’applicazione dell’aliquota IVA al 4% e le spese sostenute da portatori di menomazioni funzionali possono detrarre dall’IRPEF il 19% dell’intero importo.

miniascensori

Miniascensori – Piattaforma senza cabina

Questa soluzione è molto comoda quando gli spazi ridotti impediscono l’utilizzo di una cabina, ad esempio se si deve accedere ad un sottotetto e l’altezza è ridotta. In questo caso, essendo soltanto una pedana a muoversi in verticale all’interno di una struttura perimetrale, lo sbarco al sottotetto può avvenire tramite un cancelletto anziché una porta di altezza standard. La meccanica di Upper, posizionata a lato pedana, non è visibile in quanto protetta da un carter lungo tutto il vano corsa; portata 300 kg, corsa 10 metri, fossa 130 mm, potenza 1,5 kW.

 

 

 

Miniascensori – Piattaforma residenziale

miniascensori Questa soluzione è molto comoda quando gli spazi ridotti impediscono l’utilizzo di una cabina, ad esempio se si deve accedere ad un sottotetto e l’altezza è ridotta. In questo caso, essendo soltanto una pedana a muoversi in verticale all’interno di una struttura perimetrale, lo sbarco al sottotetto può avvenire tramite un cancelletto anziché una porta di altezza standard. La meccanica di Upper, posizionata a lato pedana, non è visibile in quanto protetta da un carter lungo tutto il vano corsa; portata 300 kg, corsa 10 metri, fossa 130 mm, potenza 1,5 kW.

 

Piegaferro fai da te | Autocostruzione di tre macchine per piegare il ferro

Autocostruzione di tre macchine piegaferro fai da te; si fissano alla morsa da banco e funzionano sfruttando il principio della leva per amplificare la forza applicata e costringere il ferro a seguire la conformazione della sagoma di riferimento

La piegatura di segmenti di ferro fatta a “suon di martellate” non è propriamente semplice e neppure precisa, soprattutto se è necessario replicare pezzi uguali. Con questa consapevolezza e illuminato dalla famosa frase attribuita ad Archimede di Siracusa “datemi una leva, un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo!”, il nostro prolifico lettore Leonardo Telesca ha deciso di costruirsi delle piegaferro fai da te in grado di piegare il ferro in vario modo, senza fare troppa fatica. In effetti è proprio la leva l’elemento che permette di moltiplicare la forza applicata, in questo caso, dall’uomo, riducendo lo sforzo, a parità di effetto ottenuto. Quindi, come tiene a sottolineare lo stesso autore, se si vuole amplificare la potenza, basta allungare la leva. Nel caso in questione la leva non fa altro che obbligare un pezzo di ferro ad adattarsi a una sagoma della piegaferro fai da te preparata ad hoc. La sagoma, che talvolta è soltanto uno scontro, ha solitamente posizione centrale, mentre la leva, che ha fulcro esattamente nel centro, agisce mediante un rimando, regolabile sulla forma della sagoma, che impone al pezzo di ferro di aderirvi fedelmente. Per piegare il ferro ad anello, la sagoma deve essere perfettamente circolare; per ottenere pezzi con andamento a spirale la sagoma è formata da diversi pezzi curvi con raggio crescente; per piegature ad angolo, la leva fa traslare il suo riscontro sulla sagoma che impone al pezzo la conformazione del proprio spigolo con un’eventuale smussatura. Per piegature semplici il più delle volte è sufficiente una piastra piegaferro

macchine per piegare il ferro

Data la differente conformazione che deve avere un sistema di piegatura del ferro per fare anelli, rispetto a quello per fare spirali e anche quello per piegare ad angolo, la cosa più conveniente è realizzare delle piegaferro fai da te differenti. Tutte si avvalgono di una piattaforma rigida e robusta che ha il duplice compito di rendere solidali le sagome con le leve, permettendo a queste ultime di ruotare senza giochi e flessioni di sorta, e di fornire una valida presa per la morsa da banco, che deve immobilizzare l’attrezzo durante il suo utilizzo. Anche il banco deve avere buona stabilità e peso per non muoversi quando si applica forza sulla leva. Tutte le parti d’acciaio devono essere ben dimensionate per non cedere ad alcuna sollecitazione; soprattutto le sagome devono essere fatte con acciaio molto resistente, meglio se fatto temprare, dopo avergli impresso la conformazione voluta; in questo modo si possono piegare anche tondini molto acciaiosi.

Differenze sostanziali delle piegaferro fai da te

piegaferro circolare

La piegatrice con sagoma circolare per ferro permette di piegare ad anello un tondino, un quadrello o una piattina d’acciaio; sul lato destro si nota un fermo a vite che preme sul pezzo per immobilizzarlo in un punto della sagoma, mentre la leva, con il suo riscontro a rullo, ruotando, agisce facendogli prendere la forma della circonferenza. Data l’altezza (spessore) della sagoma, se il ferro è lungo abbastanza, compiuto il giro completo può continuare la circonvoluzione, scartando di lato la prima spira. In questo caso, dato che a un certo punto la leva andrebbe a collidere con il fermo a vite, è necessario liberare momentaneamente il ferro, farlo ruotare di quel tanto che basta sulla sagoma e ribloccarlo per proseguire.

piegatrice a spirale per ferro

Nella piegatrice a spirale per ferro ha molta importanza lo spazio disponibile all’interno della sagoma, perché da questo dipende direttamente la sezione dei pezzi piegabili. La sagoma qui è separata in due pezzi, perché per iniziare il lavoro bisogna rimuovere la parte esterna, per poi riposizionarla non appena sia stata impressa al ferro almeno tre quarti della prima circonvoluzione.

piegatrice ad angolo per ferro

La piegatrice ad angolo per ferro ha un sistema che blocca il pezzo di ferro tra due ganasce di acciaio duro; mentre il pezzo è immobilizzato, un rostro, anche questo di acciaio duro, viene fatto traslare con il vantaggio della leva, imponendo al ferro di piegarsi. Tra rostro e ganasce deve rimanere lo spazio necessario, poco più dello spessore del ferro, altrimenti questo si troncherebbe; se ce ne fosse troppo, la piegatura non verrebbe precisa.

Letto futon sospeso fai da te | Come costruirlo

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Questo letto futon sospeso è una singolare interpretazione per il sostegno del tradizionale materasso giapponese, in questo caso sollevato con una corda

La realizzazione di un letto futon sospeso è inconsueta, ma il risultato è sicuramente apprezzabile. Futon, letteralmente “materasso arrotolato”, è un giaciglio tradizionale giapponese molto basso, fatto di cotone e trapuntato. In occidente, dove ha avuto un’ampia diffusione, ha tuttavia preso il via una serie interminabile di interpretazioni sulla sua natura e la sua forma, oltre al fatto che, invece di essere adagiato sul tipico “tatami”, lo si vede spesso accomunato a letti più convenzionali e persino ai divani. Quella che ci propone il nostro lettore Mario Bellini è una versione molto creativa di letto futon sospeso, perché collocato in una struttura sospesa al soffitto tramite un’unica corda passante. Il letto futon sospeso è composto da travi di lamellare d’abete a sezione quadrata, 90×90 mm, trattate con impregnante color testa di moro. Sono 4, disposte a formare una H al cui interno trova posto di misura una rete a doghe a due piazze. Struttura e rete del letto futon sospeso restano staccate dal pavimento, a pochi centimetri d’altezza, grazie a una corda da 10 mm di sezione, molto robusta, che attraversa lo spessore delle travi del letto, passando per 4 fori fatti preventivamente. Prima di far passare la corda e mettere al suo interno la rete a doghe, la struttura viene alzata a soffitto, esattamente sopra la posizione in cui si vuol collocare definitivamente nella stanza, e si marcano i centri dei fori da effettuare nella soletta. In questo caso, il locale soprastante alla camera da letto è un solaio non abitabile ma accessibile, quindi si sceglie di mettere come sostegno quattro barre filettate passanti: al di sotto restano gli anelli con le rondelle, mentre il fissaggio è affidato a dadi con altre rondelle, tirati da sopra. La corda è in un unico pezzo: parte da un’anello a soffitto lato piedi, scende alla struttura, l’attraversa, corre sotto incrociando verso lo spigolo opposto, riattraversa la struttura, sale a soffitto, si annoda all’anello e questa volta passa direttamente all’anello laterale facendo una pancia (quindi non tirata). Da questo terzo anello scende alla struttura portante, che riattraversa nello spessore e poi trasversalmente per raggiungere l’angolo opposto e compiere l’ultima risalita verso il quarto anello. Quattro avanzi delle travi sono collocati sotto la struttura in modo da sfiorare il pavimento: così si eliminano le oscillazioni indesiderate del letto futon sospeso.

Link utili:

storia del Futon Giapponese

Costruisci un letto in stile giapponese!

Travi di legno per il letto futon sospeso

trave per sospensione letto

  1. L’H formata dalle travi non è regolare in quanto la traversa lato testa è più lunga rispetto a quella lato piedi. I fori sono praticati su queste due, non sulle travi uguali messe come longheroni. Per eseguirli nella posizione corretta si marcano i centri dei fori con le due travi affiancate e centrate (ovvero con i loro centri combacianti).
  2. Le travi sono unite dopo il trattamento con l’impregnante. A tenerle insieme si applicano quattro robuste staffe angolari fermate da viti di adeguata lunghezza e sezione. Le staffe sono messe negli angoli interni formati dalle estremità dei logheroni all’incrocio con le traverse.
  3. Le barre filettate che attraversano la soletta del soffitto sono terminate alla loro estremità inferiore con grossi anelli con base forata e filettata. Fra la base di ogni anello e il soffitto si interpongono tre rondelle d’acciaio di elevato spessore e con diametro esterno crescente; questo, oltre a regolarizzare la superficie di contatto tra acciaio e intonaco, impedendo lo sgretolamento dei bordi del foro, fornisce un’ottima soluzione estetica per l’insieme, che assume la fattezza di una bella borchia.

Catena di legno fai da te | Tutti i passaggi illustrati

La catena di legno fai da te e il lucchetto sono soprattutto lavoro di intaglio e levigatura; il legno deve essere ben stagionato e le lame continuamente affilate. Lo sbozzo del listello e, in parte, gli anelli possono ottenersi con anche con mazzuolo e scalpello e archetto da traforo

Realizzare una catena di legno non è semplice: maestri di quest’arte sono sempre stati i Giapponesi e i Cinesi  che, in avorio, riuscivano a costruire una sfera che ne conteneva un’altra che ne conteneva un’altra che ne conteneva un’altra che ne conteneva un’altra (qui un esempio). Non sappiamo quanto tempo ci mettessero, ma certo assai di più di quanto ne abbia impiegato il nostro lettore Paolo Pistecchia a realizzare questa catena di legno fai da te. È ricavata da un listello d’abete 30x30x300 mm, arricchita da un “lucchetto” a gabbia che trattiene una sfera, lavoro meno difficile di quanto possa sembrare, ma di grande effetto e che dimostra l’abilità del realizzatore. L’abete, in effetti, non è il legno ideale per realizzare una catena di legno in quanto è a fibra lunga e vena larga. Più adatti sono il cirmolo, il tiglio, lo jelutong e, soprattutto, il bosso che però si mangia rapidamente il filo del coltello per cui si passa più tempo ad affilare che a tagliare. Per realizzare una catena di legno sono necessari pochi ed economici attrezzi, quasi tutti manuali, ma soprattutto occorre avere calma, pazienza e mano ferma nel praticare i tagli. Un attimo di stanchezza, un taglio troppo deciso, possono compromettere in meno di un secondo tre o quattro ore di lavoro. 

Catena di legno fai da te, un lento lavoro di intaglio

catena con legno

come costruire una catena di legno

intagliare il legno

  1. Come costruire una catena di legno? Il lavoro richiede un’esatta marcatura sul grezzo dei tagli di separazione fra le maglie, a coppie sfalsate tra le facce adiacenti. La profondità dei tagli determina lo spessore degli anelli. Per creare la catena si lavora prima con la sega, per sbozzare le maglie, poi con coltello o scalpello per dargli la sezione a croce (marcata dai tagli trasversali). La sega da traforo crea i tagli ad H che danno i lati maggiori della maglia e cominciano a suddividere la catena. Ancora il traforo o un coltello completano la separazione delle maglie. Raspa, lime e carta vetrata, arrotondano e levigano le singole maglie. Il minitrapano permette di aprire i fori per la lama del traforo e facilita le operazioni di levigatura.
  2. Incise le facce del listello alla profondità voluta (viene bene con la sega per cornici), si eliminano i quattro spigoli per tutta la lunghezza della catena, lasciandoli integri sul lucchetto, dando al grezzo una sezione a croce greca. Con una punta sottile si aprono i fori passanti che determinano lo spessore della maglia e si collegano a coppie con tagli di seghetto o di coltello lungo la fibra. Un taglio trasversale che unisce i primi due comincia a separare gli anelli. Adesso comincia il lavoro più difficile: tagliare contro fibra i diaframmi che ancora uniscono fra di loro le singole maglie. Sono tutti tagli ciechi da fare con un affilatissimo coltello a lama stretta, un pezzettino per volta, con precisione e senza fretta, incidendo a V fino a separare le maglie.
  3. Sciolta la catena di legno, se ne comincia la levigatura, prima con la raspa e poi con carte abrasive di grana crescente, fino a dare alle maglie la prevista sezione circolare.

A. Il disegno evidenzia in sintesi le fasi di scultura della catena.

B. Il disegno evidenzia in sintesi le fasi di scultura del lucchetto.

Guarda il video della catena di legno record del mondo