Editoriale tratto da “In giardino n.46 Febbraio – Marzo 2014”
Autore: Nicla de Carolis
Autore: Nicla de Carolis
Autore: Nicla de Carolis (Direttore Editoriale di Fai da te, Rifare Casa, Far da sé, In Giardino)
Troppo spesso noi Italiani ci sottovalutiamo e non abbiamo presente quante sono le invenzioni e le bellezze prodotte nei secoli dalle menti vivaci del nostro popolo. L’arco a tutto sesto, l’acquedotto rialzato per lunghe distanze, i chiodi in metallo, solo per citare qualcosa dei tempi dell’antica Roma. Ma poi vediamo che il padre dell’anestesia è Ugo da Lucca (1200) e sempre in Italia nascono gli occhiali e la bussola (1300), la macchina da scrivere (1808), il telefono (1844), la lampadina elettrica (1881), il cavo elettrico (1885), la radio (1895), il radar (1922), la plastica (1960), l’autovelox… sic (1960). E questo elenco è solo una piccolissima selezione delle meraviglie nate nel nostro Paese: infatti quasi tutto ciò che la società mondiale utilizza è frutto del genio e dell’intuizione di un italiano. L’informatica probabilmente non avrebbe avuto il suo attuale successo senza l’intuizione del “microchip” di Federico Faggin, così per il personal computer di Pier Giorgio Perotto e l’algoritmo di Massimo Marchiori a cui Google deve il suo trionfo. Anche l’idromassaggio, aspirazione di tanti che ancora non lo hanno e, per chi lo possiede, dispensatore di piacere e benessere grazie ai suoi
getti di aria/acqua che provocano le mille bolle, è l’invenzione dell’italiano Candido Jacuzzi. Una storia avvincente quella dei fratelli Jacuzzi, di
Casarsa della Delizia, in Friuli Venezia Giulia, fondatori dell’omonima multinazionale italiana, che nel 1915 partirono dall’Italia per la California, in cerca di successo. La loro prima invenzione fu un’elica di nuova concezione, poi una pompa per l’irrigazione e una superventola ad aria calda per combattere le gelate nei campi. Nel 1956 brevettarono la pompa per vasca da bagno, primo passo per il prodotto che diverrà quello di maggior successo dell’azienda: la “Roman Bath” (ispirata alle antiche terme romane), che parte dal progetto di Candido rielaborato dal nipote Roy, nasce nel 1968 ed è la prima vasca al mondo con bocchette integrate e un sistema idromassaggiante.
Le funzioni della vasca idromassaggio nel tempo si sono perfezionate: si è attenuato notevolmente il rumore della pompa, si sono aggiunte la
cromo e l’aromaterapia, i getti modulabili, il televisore incorporato e altre meraviglie (nel servizio da pagina 52 potete vedere tutte le innovazioni
più interessanti). Negli Stati Uniti, ancor oggi, benché siano tante le aziende che costruiscono vasche idromassaggio, “giacusi” (così pronunciano loro Jacuzzi) è sinonimo di vasca idromassaggio. Un motivo in più per essere consapevoli , e orgogliosi del fatto che le grandi scoperte e le intuizioni più importanti che hanno dato impulso al progresso del mondo portano la firma di un italiano e che ancora una volta le potenzalità del genio italico ci aiuteranno ad uscire da questo impasse.
Autore: Carlo De Benedetti
A “fare di necessità virtù” gli Italiani sono da sempre molto bravi e anche in questa crisi, che non accenna ad attenuare i suoi morsi, la nostra tradizionale capacità di arrangiarci, traendo da un male un bene, si è ancora una volta manifestata alla grande. Se ne è accorto anche Il Sole 24 ore che in un articolo, citando un’indagine Swg per la confederazione nazionale dell’artigianato, ha affermato che “il 51% degli Italiani confessa di arrangiarsi da solo in tutti i casi in cui è possibile e… un altro 25% si affida, prima di chiamare un tecnico, a qualche amico che se ne intenda”.
Si scopre quindi che sanitari, serramenti, pavimenti, prese elettriche e mobili sono i campi in cui si preferisce non ricorrere al tecnico per fare da soli, che imbiancare i locali, installare nuovi punti luce, riparare le perdite del lavandino, sostituire le piastrelle del bagno, posare il parquet, riparare elettrodomestici e costruire piccoli oggetti di arredo sono i lavori più diffusi.
E si conclude infine che “il fare è appreso con l’esperienza, ma anche con uno studio applicato, perché il passo da brico-urgenza a brico-mania è breve”: e si citano i corsi realizzati da alcune grandi catene di negozi fai da te o i molti siti e portali concentrati su bricolage e riparazioni.
Quando leggiamo queste banalità (ogni due o tre anni, da trent’anni a questa parte, spunta fuori un nuovo studio che dice sempre le stesse cose, compresa quelle delle donne che diventano protagoniste del fai da te) verrebbe da sorridere: se c’è qualcuno che conosce il mondo del fai da te siamo noi che per primi gli abbiamo dato voce e nome in Italia (tanto è vero che questa rivista entra con questo fascicolo nel suo 40° anno di vita), che pubblichiamo riviste e libri su questo argomento, che editiamo il bricoportale.it adesso in una versione completamente rinnovata e straripante di contenuti, che siamo la fonte da cui tutti gli improvvisatori del settore scopiazzano immagini e testi, che sappiamo quanto sia difficile fare cultura e divulgazione del bricolage pur avendolo fatto per primarie aziende e catene di negozi, che abbiamo l’inestimabile risorsa di decine di migliaia di abbonati e lettori che con le loro opere ci consentono di avere sempre il polso del fai da te italiano.
Se fossero vere le percentuali citate, se il 51% degli Italiani fossero dei bricoleur, se il 25% si rivolgesse ad amici bricoleur, FAR DA SE’ venderebbe qualche milione di copie ogni mese! Nella realtà è vero che gli appassionati di bricolage crescono e che molte donne si affacciano con interesse a questo mondo, ma quanto bisogna ancora investire in energie e in entusiasmo, cominciando dai giovani e dai ragazzi, per farlo diventare un salutare interesse di massa!
Autore: Nicla de Carolis
All’inizio della nostra civiltà la porta serviva per isolare la casa dall’esterno: nei secoli successivi, sino al Medioevo, la porta interna diventava più diffusa nelle case dei nobili o dei ricchi mercanti dove veniva utilizzata per preservare l’intimità del padrone dagli sguardi indiscreti della servitù, mentre nelle case popolari la promiscuità della vita non ne richiedeva l’installazione.
È nel Rinascimento che la porta inizia ad avere una funzione decorativa oltre che pratica, ma la vera e ampia diffusione della porta da interni si avrà a partire dal 1700, quando diventerà una necessità nelle case cittadine.
Oggi ci sono due linee di pensiero riguardo alla scelta della porta: quella che la vuole ben evidente, che interrompa la parete con materiale, colore diverso e con decori in rilievo, e quella che la vuole mimetica. Pur se l’offerta delle aziende produttrici è davvero ampia, analizzandola ci si rende conto che l’ispirazione di ogni modello è data da esemplari già realizzati in passato. La porta barocca a due ante, con importanti cornici modanate, con pannelli decorati, è nata per gli ambienti ampi, con soffitti alti, dei palazzi d’epoca. La porta raso muro, in tinta o rivestita della stessa tappezzeria della parete che la ospita, spesso senza maniglia, è anch’essa presente nei palazzi d’epoca per chiudere locali di servizio o nascondigli segreti. E le origini della scorrevole si perdono nella storia greca e romana: nella città di Pompei è possibile osservare ancora oggi tracce di binari che testimoniano la presenza di sistemi scorrevoli già nel primo secolo d.C..
Anche la porta rototraslante, la proposta più recente nel panorama delle innovazioni del settore, nata per ridurre l’ingombro di apertura dell’anta, era già stata realizzata negli anni ‘30 dal mitico Le Corbusier per isolare in maniera invisibile l’abitazione dal suo studio, che era nello stesso appartamento (nell’Immeuble Molitor a Parigi).
Nello speciale di questo numero potete apprezzare come i produttori di oggi si siano dati da fare per interpretare in maniera innovativa i modelli del passato, partendo da basi tecnologicamente assai più avanzate, realizzando soluzioni insonorizzate, vestite a piacere, arrotondate, con effetto sospeso, con effetto moderno ma molto rustico, ecc…
L’azienda, da oltre venticinque anni, è impegnata nello sviluppo di nuove tecnologie nel settore dei prodotti vernicianti per l’industria.
Spazia dalla protezione anticorrosiva dei metalli alla pavimentazione industriale, dagli smalti per i campionari di colori ai rivestimenti antichizzati per le recinzioni, con una particolare attenzione ai prodotti che riducono l’inquinamento nell’ambiente di lavoro.
Nel 1995 entra a far parte del gruppo industriale “ Gapi “ di livello internazionale assumendone anche il nome.
Forte dalla propria esperienza e delle sinergie nate dalla nuova organizzazione, traduce le tecnologie, applicate per anni nel ciclo produttivo, in un’evoluzione in tutti i campi tecnologici e impone una ricerca di nuovi prodotti e percorsi produttivi che rispondano alle più esigenti richieste del mercato
Durante gli ultimi 50 anni le società del Gruppo Gapi hanno dato un efficace contributo allo sviluppo delle soluzioni di tenuta e anticorrosione in tutti i settori industriali . La soluzione ai problemi si realizza con l’impiego di mezzi appropriati e nel rispetto della qualità totale . Ciò ha consentito a GAPI S.r.l., capostipite del gruppo , di essere certificata ISO 9002 . Capacità di presentare prodotti tecnologici avanzati e razionalità nei processi produttivi sono i fattori di successo del gruppo Gapi.
La continua ascesa della Gapi Paints s.r.l. negli ultimi anni ha portato ad uno sviluppo tecnologico e formulativi che ha contribuito allo sviluppo di tecnologie appropriate per la soluzione di svariati problemi nel campo della verniciatura, e , con la certificazione successivamente ottenuta da Lloyd’s come Quality Assurance ISO 9001:2000 ha potuto così aumentare e incrementare le proprie possibilità spingendosi oltre che sul mercato nazionale anche sui mercati esteri .
Ecco cosa serve per un intervento fai da te:
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Il desiderio di possedere una piscina non è un sogno irrealizzabile, ma i costi a cui si va incontro meritano un’attenta valutazione: oltre alle spese necessarie per la posa in opera, per le piscine seminterrate va tenuto conto dei successivi costi di gestione: consumo di acqua, energia elettrica, i prodotti per combattere alghe e batteri ed il riscaldamento. Tali costi comportano una spesa stimabile tra 6 e 18 euro al giorno, secondo le dimensioni. Se però le piscine seminterrate vengono usate solo nella stagione estiva, l’incidenza del riscaldamento va dedotta dalle spese di gestione.
Per richiedere un preventivo, meglio evitare la primavera avanzata a favore di settembre-ottobre, quando la “bassa stagione” fa sì che imprese e produttori siano più disponibili a rivedere i prezzi pur di accaparrarsi il lavoro.
Per limitare il consumo idrico occorre un sistema di ricircolo che oltre a recuperare l’acqua provvede al filtraggio ed alla depurazione, fattore indispensabile sotto il profilo igienico ma anche estetico, per evitare formazioni grigiastre sui bordi all’altezza del pelo libero dell’acqua.
Rappresentano la soluzione più seguita per disporre di una vera piscina. Una volta realizzato lo scavo ed una gettata di calcestruzzo sul fondo, ci sono diverse possibilità: la più semplice ed economica consiste nel calare una vasca preformata, solitamente in vetroresina o materiale acrilico, livellarla e terminare con un reinterro omogeneo tutt’attorno.
L’alternativa è costituita da moduli in acciaio da assemblare e rivestire con un telo in PVC di lunga durata, un compromesso interessante tra la vasca prefabbricata e la piscina in cemento armato. In entrambi i casi, i costi sono sensibilmente inferiori rispetto all’effettiva costruzione di una piscina e la fruibilità è possibile nel giro di alcuni giorni. Maggiori informazioni a questo link



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Convenzionalmente siamo abituati a definire “ascensore” quella cabina che ci permette di passare da un livello ad un altro senza usare le scale, premendo un pulsante: roba da condomini, un bene di lusso in un’abitazione monofamiliare.
Queste apparecchiature sono divise in due gruppi, apparentemente simili: gli ascensori veri e propri e le piattaforme elevatrici. Del primo gruppo fanno parte sistemi atti a superare livelli verticali senza limiti di altezza, richiedono spazi maggiori ed uno scavo (fossa) profondo almeno un metro a piano terra. Hanno doppia porta (di cabina ed al piano) e non serve mantenere premuto il pulsante per l’azionamento. Sono soggetti ad una severa normativa (legge 13/1989) ed a manutenzioni periodiche prestabilite ed onerose.
Le piattaforme elevatrici, dette anche miniascensori, svolgono un compito analogo, pur dovendo rinunciare a qualche comodità accessoria. Intanto non possono superare dislivelli superiori a 20 metri (quattro piani bastano?) e lo fanno ad una velocità decisamente inferiore, non più di 0,15 m/secondo contro gli oltre 0,6 di un ascensore. Il pulsante di comando va tenuto premuto per l’intero tragitto, anche quando si effettua la chiamata.
I miniascensori sono però più semplici da installare e richiedono opere minime: lo scavo si riduce a pochi centimetri ed il montaggio è piuttosto veloce, hanno ingombri inferiori e l’aspetto normativo è molto più semplice, compresi gli interventi di manutenzione. Nel complesso, i costi sono più contenuti, anche se per entrambe le soluzioni c’è un’ampia scelta di materiali e finiture che possono far lievitare il prezzo base.
Sono inoltre previsti sgravi fiscali e facilitazioni all’acquisto se i miniascensori sono necessari per rendere accessibili gli edifici da parte di persone diversamente abili: la legge 13/89 concede contributi a fondo perduto ed in più le singole regioni possono ampliare queste agevolazioni. In alcuni casi è prevista l’applicazione dell’aliquota IVA al 4% e le spese sostenute da portatori di menomazioni funzionali possono detrarre dall’IRPEF il 19% dell’intero importo.

Questa soluzione è molto comoda quando gli spazi ridotti impediscono l’utilizzo di una cabina, ad esempio se si deve accedere ad un sottotetto e l’altezza è ridotta. In questo caso, essendo soltanto una pedana a muoversi in verticale all’interno di una struttura perimetrale, lo sbarco al sottotetto può avvenire tramite un cancelletto anziché una porta di altezza standard. La meccanica di Upper, posizionata a lato pedana, non è visibile in quanto protetta da un carter lungo tutto il vano corsa; portata 300 kg, corsa 10 metri, fossa 130 mm, potenza 1,5 kW.
Questa soluzione è molto comoda quando gli spazi ridotti impediscono l’utilizzo di una cabina, ad esempio se si deve accedere ad un sottotetto e l’altezza è ridotta. In questo caso, essendo soltanto una pedana a muoversi in verticale all’interno di una struttura perimetrale, lo sbarco al sottotetto può avvenire tramite un cancelletto anziché una porta di altezza standard. La meccanica di Upper, posizionata a lato pedana, non è visibile in quanto protetta da un carter lungo tutto il vano corsa; portata 300 kg, corsa 10 metri, fossa 130 mm, potenza 1,5 kW.
La piegatura di segmenti di ferro fatta a “suon di martellate” non è propriamente semplice e neppure precisa, soprattutto se è necessario replicare pezzi uguali. Con questa consapevolezza e illuminato dalla famosa frase attribuita ad Archimede di Siracusa “datemi una leva, un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo!”, il nostro prolifico lettore Leonardo Telesca ha deciso di costruirsi delle piegaferro fai da te in grado di piegare il ferro in vario modo, senza fare troppa fatica. In effetti è proprio la leva l’elemento che permette di moltiplicare la forza applicata, in questo caso, dall’uomo, riducendo lo sforzo, a parità di effetto ottenuto. Quindi, come tiene a sottolineare lo stesso autore, se si vuole amplificare la potenza, basta allungare la leva. Nel caso in questione la leva non fa altro che obbligare un pezzo di ferro ad adattarsi a una sagoma della piegaferro fai da te preparata ad hoc. La sagoma, che talvolta è soltanto uno scontro, ha solitamente posizione centrale, mentre la leva, che ha fulcro esattamente nel centro, agisce mediante un rimando, regolabile sulla forma della sagoma, che impone al pezzo di ferro di aderirvi fedelmente. Per piegare il ferro ad anello, la sagoma deve essere perfettamente circolare; per ottenere pezzi con andamento a spirale la sagoma è formata da diversi pezzi curvi con raggio crescente; per piegature ad angolo, la leva fa traslare il suo riscontro sulla sagoma che impone al pezzo la conformazione del proprio spigolo con un’eventuale smussatura. Per piegature semplici il più delle volte è sufficiente una piastra piegaferro

Data la differente conformazione che deve avere un sistema di piegatura del ferro per fare anelli, rispetto a quello per fare spirali e anche quello per piegare ad angolo, la cosa più conveniente è realizzare delle piegaferro fai da te differenti. Tutte si avvalgono di una piattaforma rigida e robusta che ha il duplice compito di rendere solidali le sagome con le leve, permettendo a queste ultime di ruotare senza giochi e flessioni di sorta, e di fornire una valida presa per la morsa da banco, che deve immobilizzare l’attrezzo durante il suo utilizzo. Anche il banco deve avere buona stabilità e peso per non muoversi quando si applica forza sulla leva. Tutte le parti d’acciaio devono essere ben dimensionate per non cedere ad alcuna sollecitazione; soprattutto le sagome devono essere fatte con acciaio molto resistente, meglio se fatto temprare, dopo avergli impresso la conformazione voluta; in questo modo si possono piegare anche tondini molto acciaiosi.

La piegatrice con sagoma circolare per ferro permette di piegare ad anello un tondino, un quadrello o una piattina d’acciaio; sul lato destro si nota un fermo a vite che preme sul pezzo per immobilizzarlo in un punto della sagoma, mentre la leva, con il suo riscontro a rullo, ruotando, agisce facendogli prendere la forma della circonferenza. Data l’altezza (spessore) della sagoma, se il ferro è lungo abbastanza, compiuto il giro completo può continuare la circonvoluzione, scartando di lato la prima spira. In questo caso, dato che a un certo punto la leva andrebbe a collidere con il fermo a vite, è necessario liberare momentaneamente il ferro, farlo ruotare di quel tanto che basta sulla sagoma e ribloccarlo per proseguire.

Nella piegatrice a spirale per ferro ha molta importanza lo spazio disponibile all’interno della sagoma, perché da questo dipende direttamente la sezione dei pezzi piegabili. La sagoma qui è separata in due pezzi, perché per iniziare il lavoro bisogna rimuovere la parte esterna, per poi riposizionarla non appena sia stata impressa al ferro almeno tre quarti della prima circonvoluzione.

La piegatrice ad angolo per ferro ha un sistema che blocca il pezzo di ferro tra due ganasce di acciaio duro; mentre il pezzo è immobilizzato, un rostro, anche questo di acciaio duro, viene fatto traslare con il vantaggio della leva, imponendo al ferro di piegarsi. Tra rostro e ganasce deve rimanere lo spazio necessario, poco più dello spessore del ferro, altrimenti questo si troncherebbe; se ce ne fosse troppo, la piegatura non verrebbe precisa.
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La realizzazione di un letto futon sospeso è inconsueta, ma il risultato è sicuramente apprezzabile. Futon, letteralmente “materasso arrotolato”, è un giaciglio tradizionale giapponese molto basso, fatto di cotone e trapuntato. In occidente, dove ha avuto un’ampia diffusione, ha tuttavia preso il via una serie interminabile di interpretazioni sulla sua natura e la sua forma, oltre al fatto che, invece di essere adagiato sul tipico “tatami”, lo si vede spesso accomunato a letti più convenzionali e persino ai divani. Quella che ci propone il nostro lettore Mario Bellini è una versione molto creativa di letto futon sospeso, perché collocato in una struttura sospesa al soffitto tramite un’unica corda passante. Il letto futon sospeso è composto da travi di lamellare d’abete a sezione quadrata, 90×90 mm, trattate con impregnante color testa di moro. Sono 4, disposte a formare una H al cui interno trova posto di misura una rete a doghe a due piazze. Struttura e rete del letto futon sospeso restano staccate dal pavimento, a pochi centimetri d’altezza, grazie a una corda da 10 mm di sezione, molto robusta, che attraversa lo spessore delle travi del letto, passando per 4 fori fatti preventivamente. Prima di far passare la corda e mettere al suo interno la rete a doghe, la struttura viene alzata a soffitto, esattamente sopra la posizione in cui si vuol collocare definitivamente nella stanza, e si marcano i centri dei fori da effettuare nella soletta. In questo caso, il locale soprastante alla camera da letto è un solaio non abitabile ma accessibile, quindi si sceglie di mettere come sostegno quattro barre filettate passanti: al di sotto restano gli anelli con le rondelle, mentre il fissaggio è affidato a dadi con altre rondelle, tirati da sopra. La corda è in un unico pezzo: parte da un’anello a soffitto lato piedi, scende alla struttura, l’attraversa, corre sotto incrociando verso lo spigolo opposto, riattraversa la struttura, sale a soffitto, si annoda all’anello e questa volta passa direttamente all’anello laterale facendo una pancia (quindi non tirata). Da questo terzo anello scende alla struttura portante, che riattraversa nello spessore e poi trasversalmente per raggiungere l’angolo opposto e compiere l’ultima risalita verso il quarto anello. Quattro avanzi delle travi sono collocati sotto la struttura in modo da sfiorare il pavimento: così si eliminano le oscillazioni indesiderate del letto futon sospeso.
Link utili:
Costruisci un letto in stile giapponese!

Realizzare una catena di legno non è semplice: maestri di quest’arte sono sempre stati i Giapponesi e i Cinesi che, in avorio, riuscivano a costruire una sfera che ne conteneva un’altra che ne conteneva un’altra che ne conteneva un’altra che ne conteneva un’altra (qui un esempio). Non sappiamo quanto tempo ci mettessero, ma certo assai di più di quanto ne abbia impiegato il nostro lettore Paolo Pistecchia a realizzare questa catena di legno fai da te. È ricavata da un listello d’abete 30x30x300 mm, arricchita da un “lucchetto” a gabbia che trattiene una sfera, lavoro meno difficile di quanto possa sembrare, ma di grande effetto e che dimostra l’abilità del realizzatore. L’abete, in effetti, non è il legno ideale per realizzare una catena di legno in quanto è a fibra lunga e vena larga. Più adatti sono il cirmolo, il tiglio, lo jelutong e, soprattutto, il bosso che però si mangia rapidamente il filo del coltello per cui si passa più tempo ad affilare che a tagliare. Per realizzare una catena di legno sono necessari pochi ed economici attrezzi, quasi tutti manuali, ma soprattutto occorre avere calma, pazienza e mano ferma nel praticare i tagli. Un attimo di stanchezza, un taglio troppo deciso, possono compromettere in meno di un secondo tre o quattro ore di lavoro.



A. Il disegno evidenzia in sintesi le fasi di scultura della catena.
B. Il disegno evidenzia in sintesi le fasi di scultura del lucchetto.