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Come ristrutturare la cantina con interventi mirati

Non c’è niente di più utile di una cantina o una soffitta in cui mettere tutte le cose che possono servire in futuro, ma attenzione: l’accumulo di oggetti può diventare un’attività senza scopo se il locale diventa inaccessibile per un eccesso di riempimento

Per non incorrere in questo problema è meglio ristrutturare la cantina per liberare la stanza e trasformarla in uno spazio utilizzabile per le nostre attività più creative e rilassanti. Difficile da riconoscere, ma la stanza luminosa e accogliente era proprio l’antro buio e scalcinato che conteneva un coacervo di oggetti inutilizzati.

Il lavoro più difficile è stato scegliere di buttare via la maggior parte del contenuto della stanza, peraltro di scarso valore, e tenere solo alcuni degli oggetti più interessanti cioè il tavolo e qualche contenitore. L’acquisto di un economico sistema di scaffalature componibili fornisce lo spazio per conservare in ordine ciò che non abbiamo avuto il cuore di gettare.

Per ristrutturare la cantina l’intervento sul grezzo è fondamentale

ripristinare l'intonaco

  1. Dopo anni di scarsa manutenzione i muri si presentano macchiati e scrostati. Il primo passo, dopo lo svuotamento della stanza, consiste nel rimuovere tutta la vernice e l’intonaco friabile utilizzando scalpello e spatola e, se necessario, spazzola di ferro.
  2. Approfittiamo per eseguire le scanalature necessarie per qualche aggiornamento dell’impianto elettrico e per rimuovere staffe o vecchi tubi. Le zone da ritoccare si inumidiscono con un pennello per evitare che il nuovo intonaco asciughi troppo in fretta.
  3. Una passata finale con intonaco fine (un impasto di calce, cemento, arenino e acqua) livella le cavità della parete. Ci si può aiutare con una tavola o una stadia di alluminio per raschiare la malta in eccesso.
  4. Prima che la calce asciughi troppo si livella con il frattazzo passandolo sul muro con movimenti circolari. Per una finitura migliore si adopera un frattazzo di spugna inumidito che aiuta a raccordare la parte nuova con l’intonaco esistente.
  5. L’intonaco ha bisogno di maturare e asciugarsi per qualche giorno prima di passare alla rifinitura. Per uniformare l’assorbimento di tutta la parete si stende un’abbondante mano di fissativo (diluito in ragione di una parte su cinque d’acqua) con il rullo o con il pennello.
  6. Le tubazioni del riscaldamento del piano superiore che corrono vicino al soffitto devono essere forzatamente lasciate al loro posto, però possono essere rese meno visibili dipingendole di bianco come il soffitto. Per prima cosa bisogna rimuovere accuratamente tutta la polvere accumulatasi con il tempo con uno straccio bagnato.
  7. Si comincia a pitturare partendo dai tubi e dal soffitto senza preoccuparsi troppo se qualche schizzo di tempera cade a terra, tanto il pavimento deve ancora essere rivestito con le nuove piastrelle. Le macchie e i ritocchi richiedono almeno due o tre mani di pittura per essere coperti adeguatamente.

La Finitura è un passaggio fondamentale mentre si ristruttura la cantina

levigatura e finitura

  1. (8) Per dipingere i muri si comincia con lo scontornare porte, finestre e angoli con un pennello medio, insistendo nei punti più difficili da raggiungere in modo da non lasciare zone scoperte. Meglio tenere a portata di mano uno straccio umido per levare subito eventuali gocce di pittura dalle finestre e dai vetri prima che asciughino.
  2. (9) Ora si può proseguire la tinteggiatura con il rullo senza doversi avvicinare troppo ai punti “critici” della parete. Siccome le superfici non sono molto lisce è necessario intingere il rullo di frequente e passare più volte nello stesso punto fino a ottenere un’adeguata penetrazione della tempera. Anche sulle pareti sono necessarie più mani per ottenere una soddisfacente omogeneità della tinta.
  3. (10) L’asta di prolunga telescopica da inserire sul manico del rullo rende superfluo l’uso della scala con una significativa riduzione del tempo necessario a finire il lavoro. Anche se il soffitto è basso, come in questo caso, si lascia l’asta allungata per poter appoggiare il rullo lontano ed evitare di sporcarsi con le gocce che cadono.
  4. (11) Le porte interne, in legno verniciato, hanno bisogno solo di una leggera passata con carta abrasiva di grana 120, per spianare le irregolarità delle precedenti verniciature, insistendo a mano nei punti in cui è presente un’ammaccatura o un difetto più grossolano.
  5. (12) Prima di passare alla finitura si elimina tutta la polvere dalla superficie da verniciare. Dati gli strati di sporco e unto che possono essersi depositati, è meglio usare prodotti molto attivi come gli sgrassatori universali. Al termine si rimuove il prodotto con uno straccio umido e si lascia asciugare bene la porta.
  6. (13) Finalmente si dà il tocco finale agli infissi usando una pittura opaca bianca. Su superfici molto estese e piane si possono usare rulli a pelo corto da affiancare a un pennellino che permetta di raggiungere gli angoli meno accessibili.

Nuova pavimentazione della cantina

posare le piastrelle

  1. Il pavimento originale in cemento lisciato non è sufficientemente regolare per la posa delle piastrelle di ceramica, per cui è necessario asportare tutte le sporgenze, specialmente accanto alle pareti, con mazzetta e scalpello, rifinendo con una levigatrice orbitale o con una smerigliatrice munita di dischi semirigidi per pietre e marmi. Solo se il pavimento è veramente irregolare si ricorre alle malte autolivellanti.
  2. Prima di cominciare la posa si pulisce accuratamente il pavimento con un aspirapolvere eliminando ogni frammento di cemento, per evitare che possa finire sotto le piastrelle e impedirne l’assestamento.
  3. Dopo aver posato una fila di piastrelle a secco, con le relative cordicelle spaziatrici, si misura con un listello la posizione per disporle parallele e alla giusta distanza dal muro riducendo al minimo i tagli diagonali e lo scarto.
  4. Si marcano sul pavimento, con l’aiuto del listello, gli allineamenti alle pareti.
  5. Seguendo le tracce si imposta l’allinemento della fila centrale delle piastrelle con una lenza ben tesa bloccata da un mattone o da un chiodo d’acciaio. Sotto la lenza si pone uno spessore pari a quello della piastrella aumentato di qualche millimetro, per tenere conto dello spessore dell’adesivo. La lenza fornisce anche un utile riferimento per mettere in piano le piastrelle.
  6. Si prepara l’adesivo impastando il preparato in polvere con la giusta quantità d’acqua. Con l’aiuto della manara dentellata si stende uno strato uniforme di adesivo lungo la lenza, largo a sufficienza per posare una fila di piastrelle.
  7. Controllando l’ortogonalità si sistema la lenza per posare una seconda fila di piastrelle, incrociata rispetto alla prima.
  8. Le piastrelle si posano sulla colla premendo quanto basta per livellarle con quelle adiacenti e allinearle con la lenza. L’uso delle cordicelle spaziatrici permette di regolare la larghezza delle fughe compensandole con l’allineamento alla lenza.
  9. Si alzano le cordicelle per riutilizzarle nella posa del quadrante successivo. In alternativa alle cordicelle si possono usare i crocini distanziali che sono più sottili delle piastrelle e si possono lasciare al loro posto, per ricoprirli poi con lo stucco riempifughe.
  10. Si prosegue con la posa di ciascuna sezione spalmando l’adesivo su una superficie maggiore per accelerare il lavoro. La larghezza di due piastrelle è ottimale ed evita di doversi sporgere troppo.
  11. Per fare i pezzi speciali, lungo il perimetro del locale, è necessario procurarsi una tagliapiastrelle. In lavori come quello del servizio giova molto poter disporre di modelli di livello professionale, con cui si fa poca fatica e risulta facile essere precisi.
  12. Spalmare la colla direttamente sul retro delle piastrelle marginali è più facile che stenderlo sulla minuscola porzione di pavimento libero.
  13. Una smerigliatrice con disco diamantato è utile per i tagli dalla forma irregolare come quelli per gli stipiti o le tubazioni verticali. I lavori di taglio e aggiustamento è bene che vengano eseguiti all’esterno per evitare di riempire la stanza di polvere e schegge.
  14. La posa delle ultime piastrelle è bene sia fatta vicino alla porta in modo da poter uscire senza appoggiarsi sulle piastrelle di fresca posa.

Come tagliare le piastrelle presto e bene

tagliapiastrelle manuale

Quando si è alle prese con la piastrellatura di un locale come quello del servizio, ci si rende conto presto di quanto tempo si perda nel taglio delle file perimetrali, soprattutto in presenza di irregolarità di andamento dei muri.

Tutt’altra cosa è se si può lavorare con una tagliapiastrelle manuale, robusta e stabile; con una leva confortevole, che permette il miglior controllo dello spacco; con guide regolabili per la ripetizione di pezzi di uguale dimensione; con possibilità di ruotare rapidamente la riga di riferimento per tagli angolati. 1. La rotazione della riga permette di stabilire un’inclinazione, anche di pochi gradi, tipica nel caso di file finali che vanno a stringere. 2. Sulla riga, lo scontro regolabile, permette di stabilire una larghezza di taglio per pezzi ripetuti.

La stuccatura delle fughe del pavimento della cantina

stuccatura delle fughe

  1. Dopo un paio di giorni di asciugamento si può passare sulle piastrelle senza pericolo che si spostino. Si libera il pavimento da ogni residuo con l’aspirapolvere e si stende lo stucco riempifughe con una spatola di gomma facendolo penetrare bene tra le piastrelle.
  2. Si lascia asciugare lo stucco qualche decina di minuti, poi si lava via l’eccesso con una spugna imbevuta d’acqua sciacquandola spesso. Strofinando più o meno a lungo si regola lo spessore dello stucco nella fuga.
  3. Quando l’umidità superficiale è scomparsa (bastano un paio d’ore) si passa uno straccio asciutto sul pavimento per eliminare il velo di polvere e l’opacità lasciati dalla spugna.
  4. Con un’ultima passata di pittura bianca si rifinisce il bordo inferiore della parete e si tolgono eventuali macchie e schizzi di colla lasciati dalla posa delle piastrelle.
  5. Si terminano i lavori con l’aggiornamento dell’impianto elettrico e l’installazione di qualche punto luce per compensare la dimensione ridotta delle finestre.
  6. Dopo tanta fatica è venuto il momento di sistemare l’arredamento della nuova stanza: la scaffalatura economica fornisce lo spazio necessario a conservare (in ordine, stavolta) gli oggetti rimasti dalla grande riorganizzazione. Completano il mobilio un semplice tavolo fatto con due cavalletti e un piano in lamellare e qualche sedia. Tutto il resto è puro divertimento!

Rubinetto che perde | Come intervenire nel dettaglio

Il rubinetto che perde è il classico inconveniente che capita in tutte le case. Ecco come intervenire senza dover chiamare l’idraulico.

Col tempo la guarnizione di tenuta del rubinetto si indurisce e, per ottenere la chiusura, si stringe sempre più forte la manopola. Questo porta, in breve tempo, alla totale compressione della guarnizione del pistoncino del rubinetto che, senza elasticità, non riesce più a contrastare la pressione dell’acqua. Allora dobbiamo intervenire e sostituire la guarnizione danneggiata.

Rubinetto che perde – Vitone e guarnizione

vitone e guarnizione rubinetto

All’interno del rubinetto è avvitato il “vitone” con guarnizione O-ring. Al suo interno si può muovere il pistoncino che spinge la guarnizione principale contro la sede attraverso cui scorre l’acqua, regolandone il flusso. Questa guarnizione va sostituita quando il rubinetto gocciola.

 Sostituire la guarnizione danneggiata

sostituire la guarnizione

 

Per sostituire la guarnizione, dopo aver chiuso la mandata dell’acqua, bisogna smontare alcune parti del rubinetto.

  1. Per smontare la manopola occorre rimuovere il tappo della stessa: si accede così alla vite di bloccaggio.
  2. Con una chiave a forchetta si smonta il gruppo di ottone che regola il flusso d’acqua.
  3. Si notano due guarnizioni: quella più grande è un O-ring di tenuta che agisce serrando la filettatura di montaggio della meccanica; l’altra è la guarnizione del pistone, quella che ferma il flusso dell’acqua.
  4. Si estrae la vecchia guarnizione facendo leva con attenzione con un cacciavite a lama sottile, si mette quella nuova, quindi si rimonta il rubinetto ripetendo le fasi a ritroso.

Se il rompigetto fa i “capricci”…

disegno rubinetto

 

La bocca dell’erogatore di un rubinetto è dotata di griglia rompigetto (1), costituita da una ghiera con guarnizione, disco forato e griglietta. Il suo compito è quello di separare i filetti fluidi e mescolarli con l’aria in modo da rendere il getto meno compatto e ridurre gli schizzi. Se all’interno del rompigetto si accumulano piccoli detriti (presenti nell’acqua) il getto si riduce. Si interviene allentando e togliendo il rompigetto per pulirlo dai depositi (2). Conviene interporre uno straccio tra la pinza e il rompigetto per proteggerne la superficie. Se vi è materiale calcareo depositato (3) si elimina immergendo per alcune ore il filtro in un prodotto anticalcare o in aceto.

Contenitori per orto sul balcone fai da te modulari

Questi contenitori per orto sul balcone fai da te sono modulari e possono essere affiancati o sovrapposti, così da permettere la coltivazione di aromatiche, fiori ed ortaggi sfruttando al meglio lo spazio a disposizione sul terrazzo

Per chi non dispone di uno spazio verde proprio i contenitori per orto sul balcone fai da te o contenitori per orto in terrazzo sono un’ottima soluzione per avere un piccolo orto in terrazzo: i contenitori impilabili minimizzano l’ingombro a terra e tra di essi c’è aria e luce anche per le piante che si trovano ai livelli inferiori, fermo restando che quando la terrazza non è frequentata possono essere disposti a terra, raggruppandoli in altezza solo se necessario.

Misure dei contenitori per orto sul balcone 
Ciascun modulo misura 40×40 cm ed è alto 50 cm; il vano profondo 23 cm concede spazio per lo sviluppo ottimale delle radici. Uno di questi viene “sacrificato” per essere utilizzato come sedile e contenitore di attrezzi, senza ulteriori ingombri. Se per fare il primo occorre un certo tempo, per quelli successivi il lavoro scorre più velocemente, in quanto si tratta di ripetere le stesse fasi, con maggiore dimestichezza: in un fine settimana si realizza una struttura come quella raffigurata, senza bisogno di attrezzature sofisticate e con listelli prefiniti.

Eventualmente, possiamo pensare anche di costruire un orto rialzato fai da te

Cosa serve per costruire dei contenitori per orto sul balcone fai da te (per ciascun modulo):

  • Listello 19×68 mm: 4 gambe A da 500 mm; 6 lati B da 400 mm; 6 lati C da 362 mm
  • Listello 19×45 mm: 4 gambe D da 500 mm
  • Listello 8×21 mm: 2 coperture E da 400 mm; 2 coperture F da 384 mm
  • Un riquadro di rete zincata a maglia quadrata G da 400×400 mm;
  • Un telo di plastica da circa 900×900 mm;
  • colla vinilica;
  • impregnante per legno;
  • viti 4×35 e 12×25 mm;
  • graffette 1,2×25 mm;
  • cambrette 1,6×15 mm;
  • chiodi 2,5×55 mm
  • Per il coperchio: 5 listelli J 19x68x400 mm; 2 listelli K 19x68x340 mm; viti 4×35 mm.

Il progetto orto sul terrazzo fai da te

contenitori modulari

La costruzione in serie dei moduli

come costruire un vaso per orto balcone

  1. Si inizia ad assemblare ogni gamba con due tavolette (A e D); si spalma la colla sul bordo della tavoletta D e, utilizzando un listello di pari altezza come riscontro, si uniscono le due parti serrandole poi con una coppia di morsetti.
  2. L’unione viene stabilizzata con l’inserimento di alcuni chiodi Ø 2,5×55 mm.
  3. Per rifinire i bordi dopo l’incollaggio torna molto utile una levigatrice a nastro utilizzata come stazionaria, capovolgendola sul banco.
  4. Tra una coppia di gambe si inseriscono due tavolette B e si fissano al piano due riscontri laterali: questi faranno da guida nell’assemblaggio in serie degli altri fianchi.
  5. Le tavolette laterali vengono preforate con una punta da 4 mm di diametro; in base alla lunghezza della punta è possibile sovrapporre più tavolette e forarle in serie.
  6. Con l’aiuto di alcuni distanziali calibrati da 10 mm di spessore si avvitano le tavolette alle gambe utilizzando viti Ø 4,0×35 mm. Va ricordato che per ciascun lato la tavoletta in alto deve sporgere 10 mm rispetto alle gambe, in modo da ottenere una guida perimetrale per sovrapporre stabilmente un altro modulo.
  7. Ci si appresta a preparare anche il lato opposto al precedente.
  8. Si posizionano i due lati finiti in verticale e, sempre con l’aiuto dei riscontri, si assembla anche il terzo lato con i listelli C.
  9. Capovolta la struttura, si completa anche il quarto lato fissando le ultime 3 tavolette.
  10. Si completa con il fissaggio della rete ai contenitori per orto rialzato

Come rivestire i contenitori per orto sul balcone

foderare il vaso

  1. Si inchioda alla base di ciascun modulo un riquadro di rete metallica zincata con cambrette Ø 1,6×15 mm.
  2. L’interno di ciascun modulo viene rivestito con un telo di plastica; alcuni mattoni collocati negli angoli aiutano a mantenerlo in tensione mentre lo si fissa con le graffette.
  3. Il telo in eccesso va rifilato a livello delle tavolette superiori.
  4. La struttura va protetta con due mani di impregnante per legno, come pure i bordini che rifiniscono internamente i bordi superiori di ogni modulo.
  5. Il modulo pronto per essere riempito con terriccio.
  6. Sul modulo da utilizzare come seduta si realizza una copertura con i listelli J e K uniti con viti Ø 4,0×35 mm: deve incastrarsi nel vano interno.
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I moduli sono sovrapponibili

moduli sovrapponibili

Anche dopo aver messo a dimora le piante, peso e dimensioni dei moduli ne consentono lo spostamento e la sovrapposizione in base allo spazio disponibile ed allo sviluppo delle specie. La battuta perimetrale ne facilita l’incastro e le gambe sono abbastanza robuste da permettere di sovrapporre fino a tre moduli, quindi ciascuno può decidere quanti realizzarne per il proprio terrazzo. La composizione può essere utilizzata anche come barriera protettiva da vento e sguardi, arrivando ad un’altezza fino a due metri con lo sviluppo aereo delle piante.

Preparare il terreno

inserimento del terriccio universale

  1. Il coperchio del sedile è soltanto appoggiato sui contenitori per orto sul balcone ed il vano interno può essere utilizzato per contenere gli attrezzi da giardinaggio: un contenitore di plastica li protegge dall’umidità e dall’acqua delle innaffiature.
  2. Gli altri moduli vengono riempiti con terriccio di tipo universale, eventualmente miscelato con poco stallatico o con concime specifico per le diverse specie da mettere a dimora.
  3. Prima, però, è preferibile disporre uno strato di argilla espansa, in modo da mantenere il terreno umido anche con innaffiature di scarsa entità. Non essendoci un drenaggio sul fondo, infatti, bisogna evitare di bagnare eccessivamente il terreno per non causare ristagni che possono danneggiare le radici.
  4. Terminato il lavoro, gli attrezzi possono essere ripuliti ed asciugati, quindi riposti sotto il sedile.

Quali erbe mettere a dimora?

erbe aromatiche

  1. Prezzemolo ed erba cipollina sono tra le piante aromatiche più utilizzate in cucina: in particolar modo per il prezzemolo bisogna mantenere un terreno costantemente umido, ma senza ristagni.
  2. I contenitori con le piante che si sviluppano maggiormente in altezza o che hanno bisogno di più luce vanno collocati in alto. Qui si nota una pianta di Lemongrass, formata da steli che, se spezzati, odorano di limone, molto in uso nella cucina thailandese; l’altra è una Aloysia Citrodora, verbenacea più conosciuta come Erba Luigia, le cui foglie odorano di agrumi.
  3. Le foglie argentate dell’Elicriso, se strofinate, emanano un piacevole aroma che ricorda il curry; in realtà, nulla ha a che vedere con la miscela di aromi e spezie utilizzata per insaporire i risotti.
  4. Anche del basilico esistono diverse specie, alcune soltanto ornamentali (questa è una Blu Africana), altre, come il profumatissimo basilico comune, indispensabili nella cucina italiana.

E per chi non ha il balcone?

Chi non ha un balcone può seguire questa guida passo-passo e costruire un bellissimo orto in cassetta fai da te

Come installare un Trituratore wc

Un vaso senza cassetta dotato di trituratore, capace di ridurre ai minimi termini il contenuto e, dopo il risciacquo, pomparlo nella colonna di scarico situata più in alto o a distanza elevata.

SaniCompact 43 è un vaso speciale equipaggiato di trituratore, destinato all’evacuazione delle feci e della carta igienica. L’apparecchio è destinato a un uso domestico e consente di ricavare un bagno di servizio in locali inizialmente non destinati a questo utilizzo, come sgabuzzini, sottoscala e piccole stanze. Per garantirne il funzionamento bisogna “portare” nel vano un tubo di adduzione dell’acqua, necessario per effettuare il ciclo di risciacquo, disporre di una comune presa di alimentazione elettrica 230 V e predisporre un tubo di scarico di diametro molto ridotto (32 mm) che, a seconda delle necessità del caso, può percorrere un tragitto orizzontale, sino a 30 metri di distanza, oppure in salita, sino a 3 metri di altezza, per raggiungere una colonna di scarico remota.
SaniCompact 43 ha a bordo tutto ciò che serve per il suo funzionamento. Ovvero il trituratore, per sminuzzare, l’immissione dell’acqua nel vaso per effettuare il risciacquo e la pompa per l’evacuazione. Non c’è quindi bisogno di alcuna cassetta aggiuntiva. Tuttavia può ricevere lo scarico di un lavabo da disporre nello stesso locale.  Può quindi svolgere due diverse funzioni. Una è la regolare funzione di frantumazione/pompaggio che si aziona secondo le necessità premendo uno dei due pulsanti grigi sul WC; il pulsante grigio chiaro aziona il getto breve, quello grigio scuro aziona il getto prolungato. La seconda è quella di azionamento solo della pompa per l’evacuazione dell’acqua di un lavamani o lavandino che si aziona automaticamente. La durata del funzionamento della pompa dipende dal volume d’acqua utilizzata.

Schema di installazione di un trituratore wc

schema iimpianto trituratore

 

pulsante trituratore

Il cuore della macchina è montato dalla casa. Ciò che viene dato in più nella confezione sono le raccorderie, le fascette per fissare i tubi, il sistema di fissaggio a pavimento, nonché il cerchio e il coperchio del vaso. Frontalmente appare come un quasiasi WC, mentre dietro si nota il gruppo contenente trituratore e pompa, tutto perfettamente sigillato, i tubi di adduzione acqua, scarico e il cavo d’alimentazione con la spina Shucko. A fianco del coperchio, sul basamento di ceramica, c’è il grande pulsante di azionamento che in realtà è diviso in due parti per una maggiore e una minore azione di risciacquo.

 Predisporre il raccordo

raccordo per trituratore wc

  1.  Prima di mettere in posizione il vaso bisogna predisporne i raccordi per il collegamento con il tubo di scarico installato nel locale. Il raccordo a pipa si inserisce e si blocca nella direzione giusta stringendolo con uno dei collari a corredo.
  2. La cuffia di gomma serve per adattare il diametro del raccordo a pipa con quello del tubo di scarico (Ø 32 mm); si taglia via, incidendola con un cutter, la parte di diametro inferiore che in questo caso non serve.
  3. La cuffia va calzata sul raccordo e fissata con un collare ben posizionato nella sua sede sulla corona della cuffia stessa.
    Il serraggio di tutte le giunzioni sui tubi in uscita è fondamentale a causa dell’alta pressione impressa dalla pompa.

Fissare il water

fissaggio del water

  1. 1. Si colloca solo per un momento il vaso nella sua posizione definitiva, giusto per poterne marcare il contorno e la posizione dei fori sui lati, con una matita.
  2. Sulla base dei riferimenti a terra, si praticano i fori con il trapano per inserire due tasseli a espansione, poi si fissano le due staffe a L di plastica cui avvitare il sanitario.
  3. Prima di mettere definitivamente il vaso nella sua posizione è consigliato distribuire un cordone di silicone all’interno della linea tracciata a pavimento. In questo modo si evitano vibrazioni e rumori dati dal contatto fra due ceramiche.

Allacciamenti e copertura

allacciamento

  1. Il collegamento del tubo di presa dell’acqua è come quello di una comune lavastoviglie o lavatrice; la presenza di un rubinetto di intercettazione che consenta di interrompere localmente la mandata è indicato per eventuali manutenzioni.
  2. Per innestare il tubo di scarico sulla cuffia di raccordo in uscita dal vaso, è necessario allentare i collari di sostegno a parete del tubo stesso, tanto da concedere il gioco necessario.
  3. Anche il cerchio con coperchio è del tutto regolare; il suo sistema si attacco e fissaggio è compatibile con quelli dei più comuni water. Come si nota, il pulsante di azionamento del trituratore/pompa resta ben visivile e a portata di “dito” sulla parte in rilievo, lateralmente al coperchio.

La presa elettrica

inserimento presa elettrica

L’apparecchio va collocato in modo tale che la spina della presa di corrente sia accessibile. Il circuito d’alimentazione dell’apparecchio va collegato a terra (Classe I) e protetto da un disgiuntore differenziale ad alta sensibilità (30 mA) calibrato a 16 A. Il collegamento deve servire esclusivamente all’alimentazione dell’apparecchio.

Come installare una pompa per condensa

Una valida soluzione per lo smaltimento delle acque di condensa prodotte da condizionatori, deumidificatori, frigoriferi, congelatori, pompe di calore, caldaie a condensazione, anche se lo scarico da raggiungere non è vicino e più in alto del punto di espulsione dall’elettrodomestico.

Oggigiorno sono molti i dispositivi che funzionando producono acqua di condensa. Fra tutti spiccano i sistemi refrigeranti, ovvero celle frigorifere, congelatori, ma anche condizionatori portatili e deumidificatori, i quali, a causa della particolare modalità operativa, inducono la precipitazione dell’umidità presente nell’aria coinvolta nel loro ciclo di funzionamento. Ai dispositivi menzionati, da un po’ di anni a questa parte, si sono aggiunte le sempre più utilizzate caldaie a condensazione, anche queste, seppure per motivi differenti, produttrici di ingenti quantità di acqua di condensa. Che sia poco o tanto, questo liquido deve essere smaltito in qualche modo. I condizionatori con il tubetto posticcio che gocciola sul marciapiede da una finestra o un terrazzino sono destinati a sparire; oggi si tende sempre più a convogliare la condensa in uno degli scarichi raggiungibili dentro o fuori casa.

Se lo scarico è distante o, peggio, si trova più in alto rispetto alla posizione del dispositivo produttore, si può risolvere il problema egregiamente imparando come installare una pompa per condensa (ad esempio una Sanicondens Plus di SFA). La pompa ha dimensioni ridotte, ma vanta una potenza di tutto rispetto, essendo in grado di evacuare una notevole quantità di acqua, prodotta per esempio da una caldaia a condensazione che lavora con fumi a bassa temperatura. Con una portata di 342 l/h, il dispositivo ha potenza sufficiente per spingere l’acqua in verticale sino a 4,5 metri di altezza oppure in orizzontale sino a 50 metri. Fra i valori massimi nelle due direzioni ci sono, ovviamente, tutte le varie possibilità intermedie di compromesso fra altezza e distanza orizzontale. Ma vediamo nel dettaglio come installare una pompa per condensa.

Schema di installazione di una pompa per condensa

Schema installazione pompa per condensa

Com’è fatta una pompa per condensa

pompa per condensa

  1. Il contenuto della confezione include tutto ciò che può servire per l’installazione, compresi gli adattatori per l’innesto nella pompa del tubo di spurgo dell’elettrodomestico e l’innesto del tubo di mandata della pompa nello scarico da intercettare.
  2. Sanicondens Plus si apre sganciando due fermi e sollevando la parte soprastante, una sorta di coperchio che contiene la pompa e in cui sono collocati i 4 fori di ingresso per la condensa.
  3. Sotto il coperchio sono visibili il galleggiante (bianco) che comanda l’avvio della pompa, il dispositivo di prelievo dell’acqua (nero) e il sensore di troppopieno (verde) che avvia la segnalazione d’allarme nel caso l’acqua raggiunga un livello anomalo.
  4. Il Sanicondens Plus va messo in prossimità dell’apparecchio da asservire, va alimentato con comune tensione a.c. 220 V e può essere collegato a un sistema che segnala eventuali malfunzionamenti. Il tubo in uscita dalla pompa, di soli 8 mm di diametro, segue il percorso in verticale, diagonale o orizzontale, necessario per intercettare uno scarico remoto.

Come installare una pompa per condensa

imstallazione pompa condensa

  1. Individuata la posizione più consona rispetto all’apparecchiatura da asservire e alla disponibilità di alimentazione elettrica, si riportano sul muro le posizioni degli attacchi per i tasselli; fatti i fori si applica il Sanicondens Plus, con l’accortezza di tenerlo in bolla mentre si serrano bene le viti di fissaggio. La manovra è fondamentale per la corretta funzionalità dei rilevatori di livello interni.
  2. Si innesta il tubo di scarico del dispositivo (in questo caso è simulata la presenza di una caldaia a condensazione); il raccordo di ingresso in dotazione ha possibilità di ricevere diversi diametri di tubo, per assecondare ogni necessità.
  3. Inserito il tubo nell’ingresso più comodo del Sanicondens Plus, si chiudono quelli inutilizzati con i tappi in dotazione.
  4. Si innesta il tubetto di scarico nell’apposito raccordo.
  5. Si distende il tubetto nella direzione prestabilita, fissandolo mediante fermatubi con chiodi d’acciaio.
  6. Con il tubetto di scarico in posizione e il collegamento elettrico attivo, il Sanicondens Plus è pronto a funzionare: basta rimuovere la linguetta rossa che ne inibisce l’azionamento. Non appena arriva sufficiente acqua nel raccoglitore, la pompa entra in funzione per il tempo dello svuotamento.

Intercettazione della colonna di scarico

intercetta colonna di scarico

Che sia una colonna di scarico, un tubo trasversale, una grondaia o un pluviale, poco interessa: tutti questi scarichi vanno bene per smaltire l’acqua di condensa delle apparecchiature che la producono. Abbiamo visto che la pompa del Sanicondens Plus è perfettamente a suo agio nello spingere le acque verso l’alto sino a 4,5 metri o in orizzontale sino a 50 metri. La cosa determinante come accorgimento per l’installatore è che all’innesto nello scarico che si va a intercettare, bisogna assicurarsi che il tubo faccia un giro “lungo”, in modo che il liquido di condensa ci entri dall’alto. Questo ovviamente per scongiurare la possibilità che le acque di quello scarico possano imboccare la via del ritorno verso il Sanicondens Plus.

Cavatappi fai da te in legno da parete

Quasi interamente di legno, incluso l’ingranaggio per il funzionamento, questo cavatappi fai da te è molto bello anche se non semplicissimo da realizzare

L’idea di una cavatappi fai da te in legno nasce come sfida per mettere alla prova la propria abilità. L’obiettivo che si è prefissato il nostro lettore Mario Chiurino è quello di realizzare uno di quegli apribottiglie da parete che solitamente hanno corpo, leva ed ingranaggi interamente di metallo. La difficoltà che si è imposto è quella di realizzare un cavatappi fai da te tutto di legno, dimostrando che anche con un materiale “tenero” è possibile azionare meccanismi che si basano su ingranaggi a cremagliera di piccole dimensioni. Il tutto è ricavato da un pezzo di rovere massello su cui vanno riportati i disegni dei pezzi con dime fatte col cartoncino.

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La fase iniziale di disegno tecnico è molto importante in realizzazioni di questo tipo dove è richiesta una precisione da “fabbro” più che da falegname. I quattro pezzi, sgrossati con la sega a nastro, sono poi lavorati con la fresatrice e la levigatrice ottenendo già una buona finitura per la maggior parte delle superfici di contorno; meccanismi e altre parti più articolate, invece, sono da lavorare a mano, con molta pazienza e precisione, ponderando bene ogni movimento e testando spesso gli accoppiamenti. In questi casi vale la regola di andare per gradi tenendo presente che a togliere c’è sempre tempo; aggiungere, al contrario…

cavatappi in legno

Come costruire un cavatappi

cavatappi da parete

  1. Fra i componenti del cavatappi fai da te, ci sono due intrusi: sono due pezzi realizzati con ottone. Questo significa che l’obiettivo non è stato raggiunto al 100%, ma va detto che per la parte attiva, con ingranaggi e leve tutti di legno, il successo è stato pieno.
  2. Prima di completare il montaggio finale, che finisce per mascherare quasi del tutto il meccanismo, si può apprezzare la precisione degli ingranaggi: a leva alzata l’asta a cremagliera deve rimanere in posizione bassa per poter collocare nella forchetta il manico del succhiello avvitato nel tappo.
  3. Abbassando completamente la leva, l’asta a cremagliera sale estraendo il tappo dal collo della bottiglia. Il pezzo che completa il montaggio, oltre a portare le iniziali dell’autore, ha il compito fondamentale di trattenere in sede l’asta a cremagliera mentre la si aziona.

Antine fai da te oscuranti in legno per finestra da tetto

Due antine fai da te in legno a misura incernierate ai bordi del vano finestra permettono di schermare la luce eccessiva nel sottotetto utilizzato per il tempo libero

Chi abita in mansarda sa bene che le finestre da tetto abbisognano di sistemi di schermatura ancor più efficienti rispetto alle finestre tradizionali da parete: l’irraggiamento solare è molto più diretto e può causare fastidi sia di abbagliamento sia di innalzamento della temperatura in corrispondenza della vetrata. Per gli spazi destinati a essere abitati sono disponibili soluzioni di ogni tipo, ma per il nostro lettore Gian Luigi Allimondi, che la mansarda la utilizza occasionalmente nel tempo libero, un sistema di oscuramento integrato o a tendina risultava troppo oneroso, ragion per cui ha ripiegato su un sistema di oscuramento meno raffinato costituito da due antine fai da te, cavandosela con 30 euro di materiale.

Anche se semplificato, il sistema è quello degli “scuri”, ossia due antine fai da te cieche che vanno in battuta al centro del vano finestra e permettono di oscurare il locale, ovviamente pensato per un’installazione a soffitto anziché a parete. È logico pensare che nella mansarda di Gian Luigi ci siano altre finestre e che l’esigenza sia quella di oscurarne completamente una per volta in base all’incidenza del sole, in quanto con queste antine fai da te si passa da luce a buio senza modulazione intermedia della luce, tanto più che non è possibile aprire o chiudere una sola anta. Allo scopo, per chi avesse una sola finestra, suggeriamo di non montare i sistemi di aggancio, in modo che si possa aprire anche una sola anta.

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Come costruire delle ante fai da te in legno

montare le cerniere a libro

ante fai da te

  1. Le dimensioni delle tavole devono essere tali da chiudere il vano finestra: su una delle due va predisposto, sulla faccia rivolta verso l’interno del vano, il listello di battuta in chiusura, costituito da un listello alto quanto le ante e largo 40 mm.
  2. L’articolazione delle antine fai da te è affidata a tre cerniere a libro per lato, una al centro e due a circa 100 mm dalle estremità. Le bandelle si fissano a filo esterno della faccia esterna delle tavole e a filo interno del vano, per cui bisogna tenere conto dell’ingombro del perno centrale e ridurre di conseguenza la larghezza di ciascuna antina.
  3. Oltre che tra se stesse, le antine fai da te devono fare battuta nel vano finestra: a tale scopo, al centro dei lati verticali di questo, si fissano con viti (trattandosi di un rivestimento a perline) due quadrelli di legno 200x20x20 mm.
  4.  Sia in apertura sia in chiusura, le antine hanno bisogno essere sostenute per non ricadere.
  5. Qui è stato utilizzato il sistema più semplice, costituito da ganci e occhielli: due, opportunamente distanziati, garantiscono la chiusura, mentre per l’apertura è stato fissato un occhiolo al centro di ogni lato lungo, all’interno, fissando in posizione opportuna a soffitto il gancio.
  6. Un miglior aspetto estetico e funzionale lo si otterrebbe con un chiavistello centrale per la chiusura e un perno a scatto per lato in apertura, anche in virtù del fatto che le antine, essendo a soffitto, esercitano una discreta trazione verso il basso.

Lampada fai da te in legno di alto design

La reinterpretazione di una lampada di alto design, fatta quasi tutta di legno, tagliando 20 stecche identiche da un pannello di abete

La genialità di un far da sé sta anche nel saper osservare oggetti ideati da famosi designer e riuscire a riprodurli con i materiali a disposizione, magari modificandoli nella forma e nelle dimensioni per le proprie necessità. Il nostro lettore Francesco Paolo Alessandra, prendendo spunto da una famosa lampada da tavolo, fatta interamente di metallo, ne ha progettato una lampada fai da te in legno personalizzata. Innanzi tutto ha pensato di servirsi proprio del legno, materiale che è capace a lavorare con maggiore dimestichezza; ha utilizzato un abbondante avanzo di pannello di abete, spesso poco più di un centimetro per quasi tutte le parti della lampada. La lampada fai da te in legno consta di una base di sostegno, un’estensione snodabile a 5 segmenti ed un cappello orientabile di legno che racchiude una parabola di metallo e il portalampada. Contrariamente al campione di produzione industriale, questa lampada appoggia a terra e può estendersi sino a oltre 2 metri d’altezza. Partendo dal basso, ogni segmento del braccio snodabile è realizzato affiancando un numero decrescente di pezzi. I segmenti sono uniti facendo passare alle loro estremità barre filettate, tagliate a misura, serrate con dadi ciechi in modo da rendere mediamente rigida la giunzione, ma poterla ancora articolare per far assumere al braccio la posizione voluta.

Il paraluce della lampada fai da te in legno

Lampada fai da te in legno 3

Il paraluce è composto da 8 tavolette trapezoidali, che rivestono una parabola metallica, cui è fissato il portalampada. Gli spigoli a contatto devono essere bisellati impostando l’inclinazione della lama della sega circolare con un angolo di 22,5°. 

Gli snodi

Lampada fai da te in legno 4

Per il montaggio e il funzionamento uniforme degli snodi è fondamentale che i fori siano perfettamente allineati in ciascuna delle estremità delle stecche. Per questo conviene realizzare stecche identiche nelle dimensioni e costruire una dima di foratura per ripetere i fori sempre nella medesima posizione.

Il basamento 

Lampada fai da te in legno 5

Le prime sei stecche devono essere fissate alla base di sostegno della lampada. Si usa un sistema ad incastro, realizzando nello spessore della base sei precise sedi per accogliere le estremità delle stecche. Le sedi devono essere allineate e distanziate l’una dall’altra della loro stessa larghezza.

Lampada fai da te in legno 6

Scopri alcune delle più belle lampade da terra di design

Lo spettacolo dei colori… del verde

Editoriale tratto da In Giardino n.53 di Agosto-Settembre 2015

Autore: Nicla de Carolis

Non solo gli scienziati, ma anche intellettuali e artisti si sono occupati dei colori, affascinati dalla loro varietà e dalla loro influenza sulla psiche delle persone. Goethe, uno dei più grandi letterati tedeschi con la passione anche per la pittura, fu spinto a scrivere una sua teoria sui colori, incentrati specialmente sulle piante, proprio dopo il suo viaggio in Italia, compiuto dal 1786 al 1788, perché qui “il paesaggio nitido e colorito lo appassionava ancor più dei capolavori antichi”.
Il pittore russo Wassily Kandinsky ha scritto che “il colore influenza l’anima umana nel modo più diretto. Il colore – come nel pianoforte – è il tasto, l’occhio è il martelletto, e l’anima è lo strumento dalle mille corde diverse”.

La varietà dei colori della natura è qualcosa che non può lasciare indifferenti e in particolare tutte le gradazioni e le variazioni presenti nelle foglie sono qualcosa di sorprendente. Questo miracolo è determinato dalla clorofilla, ma anche da altri pigmenti, tra cui i circa 350 tipi di carotenoidi, le sostanze che danno a petali e frutti colorazioni giallo-arancione e rosse. Solo per fare qualche esempio emblematico basta guardare le foglie di una siepe di photinia, pianta originaria dell’Asia che da qualche anno è molto diffusa anche da noi, con l’arbusto frondoso ben ramificato, foglie ovali o lanceolate di colore verde scuro e rosso vivace quando si “abbronzano” per cambiare ancora durante l’autunno e l’inverno assumendo una colorazione aranciata. O pensiamo all’abete glauco, l’unica conifera con aghi di colore argento-blu di cui nessun’altra varietà può vantarsi. Per non parlare delle piante le cui foglie contengono il verde che sfuma in giallo per arrivare al rosso come le coelus. Tutte queste possibilità offrono l’imbarazzo della scelta per progettare un angolo “verde” trasformando il piacere del giardinaggio in un lavoro di ricerca e composizione, un gioco affascinante.
Da pagina 12 troverete uno speciale che sarà utile in questa nuova esplorazione di una materia tanto ricca di bellezza.

Ma, oltre alla varietà infinita di sfumature delle specie esistenti in natura e ibridate dall’uomo, tra poco potremo godere, andando in un bosco, dello spettacolo della gamma infinita che va dai gialli, ai marroni, ai rossi che ci regala l’autunno, quando nelle foglie le sostanze cromatiche si fluidificano e si rifugiano nelle radici della pianta stessa donandoci paesaggi mozzafiato.

Come nasce una sedia chiavarina

I segreti della costruzione delle sedie chiavarine sono rimasti nelle mani di pochi costruttori artigianali che si tramandano la tradizione di padre in figlio. Le gambe sottili e la particolare impagliatura sono il loro certificato di garanzia

Come in una favola, si narra che il Marchese Rivarola abbia chiesto ad un falegname di Chiavari, tale Gaetano Descalzi detto “il Campanino”, di replicare fedelmente le sedie impero che aveva portato di ritorno da un viaggio in Francia. Correva l’anno 1807 e il giovane, ma capace ebanista ligure, non si limitò ad una semplice copiatura dello stile, ma elaborò la struttura di gambe e schienali semplificando le forme e alleggerendo al massimo la sedia. Ma grazie ad una geniale distribuzione del legno, guidata da sofisticati calcoli strutturali, i punti maggiormente sollecitati restarono massicci e robusti. Il risultato era una sedia chiavarina veramente leggera, ma indistruttibile. Il Campanino rivisitò anche la seduta creando un originale intreccio con strisce di salice palustre, oggi sostituito da corteccia di bambù. Chiavari divenne un polo di produzione della sedia chiavarina e nel 1855, alla morte del Campanino, il settore dava lavoro a circa 600 seggiolai. Oggi la produzione industriale ha soppiantato le botteghe, ma ci sono ancora alcuni artigiani di alto livello come i fratelli Levaggi, che portano avanti una produzione di sedie chiavarine di alto pregio conosciuta in tutto il mondo.

sagomare il legno

  1. Partendo dalle dime originali conservate in laboratorio, si traccia il disegno su di una tavola curva di faggio, acero o ciliegio, essenze diffuse ampiamente sull’Appennino ligure alle spalle di Chiavari. Ogni pezzo è poi tagliato alla sega a nastro.
  2. Con un paziente lavoro di raspa e lima si asporta il legno “dove cresce”, per dirla con le parole degli artigiani liguri, sottintendendo che si tratta di un’operazione completamente manuale affidata all’esperienza dell’artista.
  3. Gli schienali armoniosamente curvati e le colonnine tornite che caratterizzano le sedie chiavarine sono il risultato di un paziente lavoro manuale che si affida solo a pochi e semplici strumenti di misura e a tanto “occhio”: ogni sedia è, a tutti gli effetti, un pezzo unico.

Come si realizza una sedia chiavarina

costruire una sedia chiavarina

  1. Il legname necessario, proveniente dal taglio eseguito nei giusti periodi, viene sgrossato e lasciato stagionare all’aperto per almeno quattro anni. Il tempo necessario per perdere umidità e acquisire la necessaria tenacità e resistenza al tarlo.
  2. Il lavoro di rifinitura è alleggerito dall’uso di levigatrici a tamburo di diverse dimensioni con le quali si arrotondano le volute delle parti curve e si aggiustano pazientemente gli incastri.
  3. Su veloci torni da legno prendono forma le sottili colonnine che formano gambe e schienale. Non ci sono copiatrici: tutto è affidato alle mani esperte che accarezzano il pezzo in rotazione mentre il ferro affilato gli dà forma.
  4. Dopo l’incisione dei punti fissi che assicurano la replicabilità delle forme, si procede con passate molto leggere fino a portare al giusto diametro il pezzo. Il controllo delle misure si esegue con un semplice calibro a compasso per esterni.
  5. Tutti i pezzi delle sedie chiavarine sono uniti ad incastro; non ci sono né chiodature né viti e la stabilità delle unioni è affidata a qualche pennellata di colla di pesce tenuta a bagnomaria.
  6. L’esecuzione dei fori è affidata alla mortasatrice; i pezzi sono inseriti in speciali supporti che permettono di sostenerli solidamente senza rovinarli mentre si eseguono le varie lavorazioni.
  7. La finezza dei particolari e la finitura veramente liscia sono il risultato dell’uso di ferri sempre taglienti che sono regolarmente affilati su pietre ad olio.
  8. Le serie di gambe tornite sono riposte in attesa di essere montate. La tornitura delle colonnine non ha solo un motivo estetico, ma serve a togliere il legno dove non serve, come all’estremità del piede, per arrivare al massimo della leggerezza senza perdere in resistenza meccanica.
  9. Si assemblano il frontale e lo schienale con colla di pesce e qualche colpo di mazzuolo allineando le gambe finché il collante è umido.
  10. Nessun particolare viene tralasciato per ottenere il miglior risultato: prima che l’incastro si asciughi si lavano via le gocce e i residui di colla rimasti attorno allo scalino con acqua e una vigorosa spazzolata.

Il laboratorio dei fratelli Levaggi

fratelli levaggi
I Levaggi sono una famiglia di artigiani che da più di cinquant’anni si dedica alla costruzione e allo sviluppo della sedia chiavarina salvaguardando la preziosa tradizione ebanistica di Chiavari che contava, negli anni ’50, almeno quindici laboratori specializzati nella costruzione di seggiole. La forza di questi artigiani-artisti è la volontà di non industrializzare la produzione, ma di continuare a costruire sedie a mano come le faceva il Campanino più di due secoli fa. www.levaggisedie.it