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Carrello portaminuterie fai da te

Un pratico carrello portaminuterie è facilmente realizzabile utilizzando materiali di recupero

Progetto inviato dal nostro lettore Oscar

“Ci serviva un carrello portaminuterie varie, quindi abbiamo deciso di costruircelo e come è nostra consuetudine cercando di riciclare il più possibile materiali di recupero che avevamo a disposizione. Per prima cosa abbiamo realizzato la base, piuttosto robusta, con inserite quattro bussole filettate ai lati, dove andranno avvitate le rotelline e le barre filettate che serviranno a bloccare le cassette di plastica, concluso le saldature abbiamo verniciato il telaio, previa applicazione di primer, di seguito ritagliato i distanziali da interporre alle cassette ex frutta ed infine ritagliato dei pannelli in mdf a misura, da appoggiare al fondo delle cassette per irrobustire quest’ultime, ed infine assemblato il tutto. Nelle cassette alla base, più robuste rispetto a quelle in alto, abbiamo riposto scatole di viteria più pesanti e man mano risalendo quelle più leggere.

Carrello portaminuterie fai da te

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Un verde fasullo

Editoriale tratto da In Giardino n.51 di Aprile-Maggio 2015

Autore: Nicla de Carolis

Non possiamo nascondere che ci avevano incuriosito le facciate verdi di Patrick Blanc, il botanico francese, considerato l’inventore dei giardini verticali, installati sulle facciate dei palazzi con lo scopo di coibentare termicamente e acusticmente l’edifico, migliorandone l’estetica e migliorando anche la qualità dell’aria. Ma poi, vista dal vivo, una parete verde (povere piantine senza terra, alimentate a flebo) nulla ha a che fare con la bellezza e la perfezione della natura. Dopo tutti gli scempi che sono stati fatti, dopo il fallimento della difesa delle foreste e la presa di coscienza che questa corsa a uno sviluppo infinito ha portato a gravi conseguenze ambientali, sembra che un vento di ecocompatibilità, inteso purtroppo solo come moda e non come vero impegno, sia diventato una garanzia di attualità e correttezza in tutti i settori e anche in architettura. “Si arriva al paradosso d’insulse facciate vegetali che coprono un’architettura banale, priva di interesse. Da circa 20 anni si parla di serre verticali o altro ciarpame falsamente ecologico”. Così scrive, in maniera coraggiosamente controcorrente, l’archistar Massimiliano Fuksas. Grande perplessità suscita anche l’ultimo progetto architettonico con finalità ecologiche, il “Bosco Verticale” di Stefano Boeri, una costruzione, nel quartiere Porta Nuova di Milano, premiata nel 2014 come grattacielo più bello del mondo. Formata da due torri residenziali di 80 e 112 metri di altezza (19 e 27 piani, 113 residenze totali), è in grado di ospitare 800 alberi fra i tre e i nove metri di altezza, 11mila fra perenni e tappezzanti, 5000 arbusti, per un totale di oltre 100 specie diverse. è un’opera costata molto in termini sia di denaro sia di progettazione; basti pensare agli alberi ad alto fusto coltivati in vivaio, trasportati via strada, imbragati, sollevati con le gru e piazzati in speciali vasche sui balconi. Poi c’è tutto il discorso di irrigazione, potatura, revisioni periodiche che sono curati dalla gestione del condominio, chissà a che prezzo… Senza contare i guasti degli impianti domotici e la sostituzione degli alberi che, costretti innaturalmente in queste vasche, non possono godere a lungo di buona salute. Sicuramente l’opera di Boeri, apprezzabile per la sua originalità e riuscita commercialmente (pur in tempo di crisi pare che molti appartamenti siano stati venduti a prezzi piuttosto alti), fa porre almeno due domande: quanto l’opera ha reso Milano più verde all’insegna della biodiversità (questo il suo obiettivo) e, soprattutto, il gioco vale la candela? Ad oggi, vedendo dal vivo i due edifici, inseriti nell’anonimo e incomprensibile contesto di altri grattacieli ed edifici residenziali in buona parte deserti, quello che dovrebbe essere il bosco si percepisce appena e sembra che molte delle piante siano morte o sofferenti. Forse per riqualificare e avere un bosco nell’area di Porta Nuova sarebbe bastato non costruire, portare terra buona e piantare alberi.

Le modeste erbe dell’orto a più mali danno conforto

Editoriale tratto da In Giardino n.50 di Febbraio-Marzo 2015

Autore: Nicla de Carolis

… è un vecchio detto popolare che sembra ritornare in auge perché tante sono le iniziative private e comunali volte a riqualificare e recuperare anche gli spazi cittadini trasformandoli in orti con benefici per la bellezza del territorio, ma soprattutto per la salute dei cittadini. A Milano, per esempio, si sono appena chiuse le iscrizioni al bando di concorso dal tema “idee per la progettazione di orti urbani su lastrici solari e terrazzi di edifici in Milano”. L’efficace video che promuove il progetto mostra immagini di parti della città trasandate e sporche che potrebbero essere riqualificate proprio trasformandole in orti con un doppio obiettivo: migliorarne l’aspetto estetico e anche l’anima. Un tempo Milano era città di orti e giardini come l’orto di Brera o il convento delle Visitandine, ambedue in pieno centro e tutt’oggi ben curati, ma il cemento ha inghiottito quasi tutto il suo verde come i suoi canali scomparsi sotto le strade. Per fortuna l’anima orticola dei cittadini non è mai scomparsa del tutto e forse tra i milanesi attecchirà questa piccola pacifica rivoluzione che vuole coniugare cultura e coltura. Un progetto semplice con obiettivi importanti e raggiungibili: migliorare l’estetica della città e farla ri-amare, migliorare la qualità dell’aria, incrementare le prestazioni termiche degli edifici senza la necessità di costosi impianti, realizzare un’autentica spesa a km zero, creare nuove relazioni fra cittadini e soprattutto abbattere il logorio della vita cittadina e i sempre più frequenti disagi psicologici attraverso un ritrovato contatto con la terra e con i suoi vitali frutti. La terapia sembra collaudata e sicura, più della psicanalisi: basti pensare che non si è mai sentito parlare di contadini stressati o depressi … Nel servizio da pagina 8 possiamo cominciare a intuire il benessere che questi spazi verdi procurano. Le belle immagini dell’Orto Botanico di Padova, nato nel 1545, come “giardino dei semplici” per la coltivazione di piante medicinali, ci porteranno in un’atmosfera idilliaca. La sua forma, un quadrato inscritto in un cerchio, rimandava all’ideale dell’hortus conclusus, nell’arte simbolo di luogo paradisiaco!

Ritorno all’eurythmia

Editoriale tratto da Rifare Casa n.38 di Marzo-Aprile 2015

Autore: Nicla de Carolis

Gli obiettivi principali che ciascuno di noi si pone quando costruisce o ristruttura la propria abitazione credo siano due: comfort ed estetica. Questo da sempre, basti pensare all’architetto ante litteram, punto di riferimento ancora oggi per gli esperti della materia, Marco Vitruvio Pollione, architetto e ingegnere romano del primo secolo a.C. che, nella suo trattato in latino De Architectura, già diceva: “In tutte queste cose che si hanno da fare devesi avere per scopo la solidità, l’utilità, e la bellezza” inserendo anche “la solidità”, cosa per noi superata, diciamo quasi sempre, con l’introduzione del cemento armato. Nel trattato di Vitruvio si legge che l’architettura è imitazione della natura, l’edificio deve inserirsi armoniosamente nell’ambiente naturale. L’architetto deve possedere una vasta cultura generale, anche filosofica, oltre alla conoscenza dell’acustica per la costruzione di teatri ed edifici simili, dell’ottica per l’illuminazione degli edifici, della medicina per l’igiene delle aree edificabili. Purtroppo, soprattuto dalla seconda metà del ventesimo secolo, tutte queste indicazioni, più che mai valide, sono state disattese e abbiamo toccato il fondo con l’orripilante quanto scadente cementificazione selvaggia degli anni ‘60. Sembrava ormai perso e irraggiungibile l’affascinante concetto di eurythmia dell’edificio, citato da Vitruvio, ovvero quella bellezza dell’insieme, che risulta dal perfetto accordo delle parti, e quell’armonia della costruzione, che deve creare il benessere delle persone che ci abitano. Ma, sfogliando le pagine di questo numero, prima con le ristrutturazioni raffinate e al tempo stesso ricche di tutto il meglio che offre l’innovazione in fatto di ecologico comfort abitativo, e poi con gli approfondimenti sulle novità più interessanti ed evolute nel settore dell’edilizia, ritroviamo gli ingredienti e la linea di pensiero per un ritorno a una moderna eurythmia delle nostre abitazioni.

Expo 2015: architettura, suolo e cibo

Editoriale tratto da Rifare Casa n.37 di Gennaio-Febbraio 2015

Autore: Nicla de Carolis

Siamo tutti pronti per l’Esposizione Universale 2015 con tema “Nutrire il Pianeta, Energia per la vita” che si svolgerà a Milano da maggio ad ottobre. Come ospite dell’evento la città di Milano è impegnata, oltre che nella realizzazione di nuove importanti infrastrutture che rendano più facili gli spostamenti, anche nella costruzione di un’area dedicata, il Sito di Expo 2015 a Nord-Ovest di Milano. Per questo insediamento i progettisti di fama mondiale hanno riproposto l’antica struttura urbanistica delle città romane, un reticolo ortogonale, i cui due assi principali sono costituiti dal Cardo e dal Decumano. Queste due vie che si incrociano saranno coperte da un sistema di tende di circa 80.000 metri quadrati, retto da 420 pali alti 12 metri con un diametro di 38 centimetri, per un peso complessivo di circa 2,5-3 milioni di chilogrammi. La curiosità di vedere queste e le altre faraoniche architetture del sito EXPO 2015 è tanta, ma si fa un po’ fatica a pensare che queste strutture in pali e teli potranno essere apprezzate nel tempo, se non come i resti della civiltà romana, almeno come la tour Eiffel, anch’essa costruita per un’Esposizione universale, quella del 1889, e rimasta tutt’ora il monumento più famoso di Parigi e più visitato al mondo. La cosa che però lascia più perplessi è la contraddizione tra il tema “Nutrire il pianeta” e l’avere sottratto irrimendiabilmente oltre 1.000 ettari di terreni agricoli fertili per realizzare altre costruzioni. “Ogni ettaro sottratto all’agricoltura, in quest’area, comporta il venir meno della capacità di produrre cibo per soddisfare l’esigenza di sei persone” spiega il professor Paolo Pileri, docente del Politecnico di Milano e continua: “A ciò si aggiunge, anche, un danno economico: l’impermeabilizzazione dei suoli modifica la capacità del territorio di rispondere agli agenti atmosferici. Il ‘valore’ del drenaggio delle acque realizzato da un ettaro di suolo agricolo o naturale equivale a un costo di 6.500 euro all’anno”. Viene da pensare che forse si poteva scegliere di valorizzare e rendere idonei allo scopo insediamenti già esistenti nella bella Milano, ma forse “l’affare” non sarebbe stato così interessante per quanti hanno rubato e gestito in maniera truffaldina la cosa. Sul sito www.expo2015.org si legge: “Il Sito Espositivo diventerà il luogo inedito di un nuovo incontro tra agricoltura e città, che nutrirà Milano sia nel senso letterale sia in quello intellettuale. Un grande Parco agroalimentare strutturato su una griglia di tracciati ortogonali, circondato da canali d’acqua e punteggiato da grandi architetture paesaggistiche.” Augurandoci che le nostre considerazioni vengano smentite dai fatti, vogliamo ancora sperare che queste parole corrisponderanno, almeno in parte, a verità.

 

Un mobile speciale con funzione sociale

Editoriale tratto da Far da sé n.449 di Aprile 2015

Autore: Nicla de Carolis

L’esigenza di avere un posto comodo e tranquillo dove poter mangiare appoggiando il cibo si è posta per l’uomo sin dalle età più remote: così i primi tavoli furono semplici piani orizzontali. Soprattutto nella cultura contadina, era dove si svolgeva la maggior parte della vita e dove si mangiava. Ancor oggi quasi per tutte le famiglie il tavolo, che sia quello della cucina o quello del soggiorno, è rimasto il mobile più importante della casa. Inizialmente, il tavolo aveva una forma rettangolare lunga e stretta e al posto di capo tavola sedeva il capofamiglia; con l’evolversi delle condizioni sociali, si cominciarono a costruire tavoli quadrati e rotondi, forme ritenute più… democratiche.

Dalla tavola rotonda, al cenacolo cristiano, al mitico tavolo design degli anni ’50 di Eero Saarinen, che si inventò il piedistallo denominato Tulip disegnato per risolvere il problema del bassofondo delle gambe, eliminando la relativa confusione visiva, l’oggetto tavolo ha sempre rivestito un ruolo simbolico di profonda importanza perché è un luogo di incontro, di confronto, di condivisione, di accoglienza, un luogo dove si discute. Tutto ciò ci porta a pensare che la valenza di questo basilare pezzo di arredo non è solo strettamente funzionale, ma anche sociale.

Però, tornando al nostro sano fare, a pagina 44 proponiamo la costruzione, davvero semplice, di un tavolo molto snello e aggraziato, che non può competere con un Tulip, ma che sarà resistente e stabile se seguirete le istruzioni dell’articolo!

…tecnologia e manualità fanno qualità…

Editoriale tratto da Far da sé n.448 di Marzo 2015

Autore: Nicla de Carolis

Così dice Maurizio Riva, sedicente falegname, in realtà imprenditore vivace e di successo e inventore di un nuovo modo di concepire i mobili, che piace molto ai maggiori designer di tutto il mondo. La sua azienda www.riva1920.it infatti costruisce mobili in legni masselli tradizionali, ma anche molto speciali: dal cedro al kauri millenario (proveniente dalla Nuova Zelanda) alle vecchie briccole di Venezia (i pali di quercia che servono per indicare le vie d’acqua). Mobili fatti per durare, come quelli di una volta, seguendo tecniche e finiture della migliore tradizione artigianale. Ma, accanto a questo sapiente lavoro manuale, ci sono evolutissime e altrettanto affascinanti macchine a controllo numerico che magicamente riescono a scolpire nel legno oggetti belli da usare e da toccare, che assomigliano molto a opere d’arte e che sono ormai diventati degli oggetti di culto presenti negli ambienti più lussosi. Un altro esempio stupefacente della capacità tutta italiana di saper mettere a frutto la manualità artigianal-artistica che ci viene dal passato con la tecnologia più avanzata è il laboratorio Salvi di Piasco in Valle Varaita – Piemonte, il più prestigioso produttore di arpe al mondo. Una realtà incredibile in cui le competenze sono tante e ai massimi livelli: la scelta dei legni, la lavorazione di ogni singolo dettaglio, le calibrature diverse degli spessori della tavola armonica e del suo guscio (appunto con precisissime macchine a controllo numerico), la decorazione, l’intarsio, l’accordatura. Assolutamente da vedere le fasi delle lavorazioni che si alternano: da quelle totalmente manuali a quelle supertecnologiche, con la realizzazione di disegni in 3D che guidano le sofisticate e precisissime frese. Ogni arpa è un’opera unica, intarsiata e dorata a mano, uno strumento prezioso e perfetto, di oltre duemila pezzi ottenuti e assemblati in quasi sei mesi di lavoro che alterna tecnologia e manualità. Per avvicinarci al mondo della più evoluta lavorazione del legno che unisce il meglio del passato e il meglio del presente abbiamo realizzato un reportage nello stabilimento di RIVA 1920 (da pag 4) che ci fa entrare in questa meravigliosa realtà facendocene scoprire i segreti.

Come Costruire un mobile per la cucina con rotelle

Un elemento davvero utile, che può essere realizzato con facilità e una spesa contenuta

Costruire un mobile per la cucina, a prescindere dalle mode che vanno e vengono, risulta sempre di una grande utilità, soprattutto oggi che tendiamo a sederci a tavola e avere a portata di mano tutto il necessario senza doverci alzare. Questo mobile per la cucina ha in più, rispetto a quelli convenzionali, un design decisamente originale ed è caratterizzato dall’inserimento di una cassettiera, in metallo di colore rosso, in una cornice di ripiani e pannelli di listellare a finitura naturale.

Taglio e montaggio
Tutti i pannelli di listellare hanno spessore di 19 mm. I tagli sono rettilinei ma, come si conviene nel caso di complementi d’arredo semoventi, che si possono trovare anche in posizioni di passaggio, gli angoli esterni dei ripiani vanno stondati. Per alleggerire la struttura e nel contempo dare supporto ai piani d’appoggio, prepariamo due pannelli modanati, con una curvatura ampia, disposti uno posteriormente, nella parte sinistra, ed uno anteriormente, a destra. Tutti i pannelli in listellare sono fissati fra loro con inserti a lamelle e colla vinilica. Chi non disponesse dello strumento per la loro applicazione può comunque optare per le altrettanto valide spine di legno. Otteniamo una finitura a legno naturale, gradevole al tatto, con tre mani di impregnante trasparente inframmezzate da passate di carta vetrata fine.  Dopo aver fissato in posizione la cassettiera non resta che applicare le quattro rotelle piroettanti per consentire al carrello la totale libertà di movimento.

Cosa serve per Costruire un mobile per la cucina:

  • 1 cassettiera metallica (lunghezzaXprofonditàXaltezza) 285x400x330 mm;
  • Listellare faggio spessore 19 mm: 1 fondo 410×760 mm, 1 montante 410×650 mm, 1 410×550 mm, 2 ripiani superiori 320×410 mm e 2 inferiori 280×390 mm, 1 pannello modanato sinistro posteriore 180×650 mm ed 1 anteriore destro 180×550 mm;
  • Lamelle di giunzione;
  • Colla vinilica;
  • Viti da legno 3,5×16 mm;
  • Materiale di finitura;
  • 4 ruote piroettanti

Costruire un mobile per la cucina – Il progetto

progetto mobile cucina

Tracciatura e taglio curvo con l’alternativo

tracciatura su legno

  1. Sono numerosi i sistemi per tracciare linee curve, ma nel caso di un raggio di curvatura ampio e variabile nella progressione, da eseguire su di un pannello di dimensioni medio-piccole, la scelta migliore ricade sull’uso di un listello sottile e flessibile che possiamo fissare anche da un solo lato, mentre dall’altro lo teniamo in posizione per tracciare la curva.
  2. Il secondo pannello è più corto del primo, ma ha la stessa forma: quindi, dopo aver segnato il primo, passiamo subito al taglio in modo da avere un modello per non variare troppo sul profilo della curvatura. Il taglio è fatto col seghetto alternativo, avanzando molto lentamente lungo la linea.

Un blocco unico con le lamelle

unioni a lamello

  1. per procedere svelti, senza sacrificare la precisione, appoggiamo le parti da unire su una superficie piana e facciamo ampio uso di strettoi per tenere insieme i pannelli nelle varie direzioni.
  2. come sistema di giunzione ci affidiamo alle lamelle che risultano molto efficaci e rapide da utilizzare, sempre che si disponga dell’estensione per smerigliatrice angolare che ne crea le sedi. In alternativa possiamo usare comuni spine di legno.

Unire ferro e legno

mobile fai da te

La cassettiera trova alloggiamento fra i montanti del mobiletto. Per bloccarla nella sua sede, rimuoviamo i cassetti, pratichiamo quattro fori per lato con punta da ferro da 4 mm, mettiamola nella giusta posizione e inseriamo le viti dall’interno con l’avvitatore.

Rinnovare il frigorifero

Il frigorifero “bombato” è divenuto un oggetto “cult”, tanto che le aziende rimettono in produzione i loro modelli anni ‘60. Chi ne avesse accantonato uno, può rinnovare il frigorifero facilmente: basta dargli una sferzata di vivacità, rinnovandone il colore

Ecco un’altra situazione in cui si rende prezioso l’utilizzo di SottoSopra, il ciclo in due fasi (coloritura e finitura) costituito da innovativi prodotti bicomponente che garantiscono grandissima adesività su tutte le superfici, anche le più difficili come le ceramiche, massima coprenza, massima resistenza all’abrasione e ai comuni prodotti chimici di uso domestico, inclusi i detergenti più forti.  Nel caso in questione c’è la necessità di rinnovare il frigorifero che era stato accantonato per anni in cantina. L’oggetto, pur essendo ben conservato, presenta perdita di lucentezza della superficie smaltata; la vernice non è scrostata e quindi non ci sono evidenze di ruggine, ma la patina è opaca e in qualche punto pare sbiadito. Per rinnovare il frigorifero e inserirlo con fierezza nell’arredo di un appartamento è necessario intervenire rivitalizzandone il colore e la lucentezza.  In casi come questi il ciclo di trattamento SottoSopra è quanto di meglio si possa usare perché permette di scegliere da una vasta cartella colori che comprende tinte pastello, metallizzate e perlate, per stendere un colore bicomponente che attacca su tutte le superfici. Il ciclo si completa poi applicando la vernice di finitura trasparente, anch’essa bicomponente, a scelta lucida o satinata.

Rinnovare il frigorifero passo-passo

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  1. La confezione di Colore per Interni è costituita da un barattolo grande che contiene i flaconi dei due componenti epossidici. Il pigmento da aggiungere per ottenere la tinta scelta è fornito a parte, in boccette a grammatura calibrata per poter replicare anche in trattamenti successivi l’identica tonalità. Seguendo le istruzioni sul libretto incluso, si versa il pigmento nel barattolo B e si mescola sino a completa uniformità di colore.
  2. Si versa nel barattolo di latta il componente A e poi il B, quello con il pigmento, e si prosegue a uniformare il tutto. Al termine si aggiunge la quantità d’acqua indicata e si mescola.
  3. Non serve rimuovere alcuno strato di vernice dall’oggetto; basta una passata di spugna abrasiva per eliminare lo sporco resistente e, nel contempo, irruvidire la superficie.
  4. La stesura con rullo di spugna è la più semplice ed efficace; il prodotto non cola e ha una capacità coprente notevole.
  5. Con un rullo più stretto si passa nei punti più difficili
  6. Anche i  bordi poco accessibili vanno trattati, contando anche su una buona mascheratura delle parti che non vanno colorate o sporcate.
  7. Superfici semplici come questa consentono di stendere il colore nel migliore dei modi e potrebbe non essere necessaria neppure una seconda mano, eventualmente da dare dopo 6 ore dalla prima. La vernice di finitura è sempre bicomponente e si prepara con modalità analoghe a quella di fondo, tranne tutto ciò che concerne il pigmento che qui, ovviamente, non va messo. Durante la preparazione il prodotto emulsiona e assume aspetto bianco lattescente, ma durante l’essiccazione diviene del tutto trasparente. La stesura avviene con rullo identico al precedente.
  8. Al termine si rimuove tutto il nastro da mascheratura a protezione delle guarnizioni e delle parti da non colorare.
  9. Procediamo lentamente quando asportiamo il nastro per mascheratura.
  10. Il marchio della casa produttrice del frigo è formato da lettere in rilievo di alluminio, volutamente colorate insieme alle restanti superfici per eliminare l’opacità e le intaccature da ossidazione presenti. Per colorare diversamente le lettere si applica nastro da mascheratura in modo da proteggere meglio possibile la superficie del frigo anche fra un carattere e l’altro.
  11. Usando un rullo da cui la vernice sia stata ben scaricata, in modo che non coli, si passa sulle lettere con mano leggera.
  12. Avendo passato il rullo solo sulla superficie esterna delle lettere e non sui fianchi, il marchio assume evidenza, ma con una tridimensionalità più misurata rispetto a prima.

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Costruire un tavolo da giardino

Un insolito uso del cemento cellulare per un tavolo da giardino durevole ed economico

Quando capita che al termine di un lavoro grosso, magari una ristrutturazione eseguita da un’impresa, restino materiali inutilizzati di vario genere, scatta il guizzo di inventiva che ci porta ad adottare soluzioni insolite pur di riutilizzare le eccedenze ed evitare smaltimenti. Ecco quindi come costruire un tavolo da giardino per il quale sono stati utilizzati avanzi di blocchi di Gasbeton, tavole da 30 mm di due larghezze, 200 e 250 mm, e un travetto 70x70mm.

Cemento cellulare

Con il cemento cellulare si fanno le gambe del tavolo e delle panche. Per ottenere un perfetto allineamento bisogna disegnare a terra le linee perimetrali dei blocchetti, controllandone il parallelismo. Si parte inoltre dal presupposto di avere una superficie piana; eventuali piccole asperità sono assorbite dallo spessore della colla per Gasbeton, se così non fosse è necessario sagomare i blocchetti da incollare a terra, verificando poi che sia mantenuta la planarità e la quota sulla superficie superiore. Per fare il sostegno del tavolo si incollano in sequenza i blocchi interi, tre per parte, messi in costa sul lato lungo. Per quello delle due panche, invece, vanno accorciati quattro blocchi portandoli a 500 mm di lunghezza, che si incollano direttamente a terra, messi in piedi. Questi, due per ogni panca, devono restare a 200 mm circa all’interno, rispetto alla lunghezza della tavola. A colla asciutta, si intonaca il tutto per proteggere il materiale dalle intemperie.

Parti di legno

Per fare il piano del tavolo si uniscono con spinatura di costa le tavole larghe 200 mm, poi si irrobustisce il tutto avvitando due traverse 70x70x900 mm. Le sedute delle panche sono realizzare con le tavole da 250 mm di larghezza. Tutti i bordi vanno leggermente stondati con la levigatrice, poi si procede con il trattamento con protettivo effetto cera. Piano e sedute vanno fissati, preforando legno e Gasbeton, con tasselli ad espansione.

Cosa serve per costruire un tavolo da giardino

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  • Cemento cellulare spesso 120 mm: 10 blocchi da 250×650 mm;
  • Tavole spesse 30 mm: 5 da 200×1600 mm; 2 da 250×1600 mm.
  • Travetto sezione 70×70 mm: 2 traverse da 900 mm;
  • Colla specifica per cemento cellulare;
  • intonaco protettivo;
  • spine Ø 10×50 mm;
  • viti Ø 4,5×60 mm;
  • tasselli Fischer “N” Ø 8x100mm;
  • materiale di finitura per il legno

Tavolo da giardino fai da te

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  1. Il pre-posizionamento dei blocchi serve per controllare, con una tavola e la livella a bolla, che nella posizione definitiva le superfici superiori restino in perfetta orizzontalità. Se così non fosse è necessario abbassare il blocco che “cresce” tagliandolo nella parte a terra, in modo da assecondare anche gli eventuali rilievi del terreno.
  2. I blocchi si tagliano facilmente con un saracco; per andare diritti si bloccano con strettoi due listelli laterali, usandoli come guida per la lama. I listelli devono essere allineati con la traccia del taglio, fatta a matita.
  3. Le caratteristiche del cemento cellulare sono diverse da quelle degli altri materiali edilizi per quanto riguarda sia la muratura sia il rivestimento; per questi lavori esistono prodotti specifici di cui seguire con la massima precisione le istruzioni per l’uso, in particolare per la quantità d’acqua. L’uso del mescolatore montato sul trapano non solo riduce la fatica fisica, ma rende più omogeneo l’impasto.
  4. La colla si stende a terra e poi sopra ogni superficie che deve ricevere un successivo blocco. L’eccedenza va subito rimossa con la cazzuola.
  5. A colla asciutta si stende l’intonaco prima sui lati stretti (ovviamente occorrono listelli di sponda che sporgano di qualche millimetro rispetto ai blocchi, così da ottenere uno strato di uguale spessore su tutte e cinque le facce del blocco); poi, lasciato asciugare, su quelle larghe. Il prodotto è di grana molto fine; quando inizia “tirare” lo si può dolcemente levigare con un frattazzo di spugna inumidita.

Montaggio del piano in legno

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  1. Il lato su cui le tavole vanno unite deve essere squadrato a filo; si fora e, mettendo i marcatori, si segnano i punti da forare nella tavola a fianco. Le spine si inseriscono dopo aver messo un po’ di colla dentro il foro, poi se ne stende un filo sulla superficie e si uniscono le tavole.
  2. In alternativa, per una maggior durata del tavolo se collocato in zone con frequenti precipitazioni, si consideri di fissare le tavole alle traverse staccate l’una dall’altra.
  3. L’unione di più tavole per ottenere piani larghi richiede che vengano unite invertendone la direzione delle fibre (guardandole di testa si deve vedere qualcosa come //////\\). L’uso di spine può essere sostituito da linguette riportate facendo scanalature longitudinali nelle facce di giunzione.
  4. Giuntate le assi, il piano si irrobustisce con due traverse alle quali va fissato con le viti Ø 4,5×60 mm. La testa svasata va portata ad affondare leggermente nella superficie in modo da poter nascondere con stucco la loro presenza.
  5. Sul piano di legno, in corrispondenza della mezzeria della faccia superiore delle gambe di Gasbeton, si aprono fori Ø 8 mm, svasandone leggermente l’imbocco. Sistemato il piano (ma vale anche per le sedute) ben centrato sulle gambe, si proseguono i fori nel cemento fino alla lunghezza del corpo del tassello.
  6. Nei fori si inseriscono i tasselli completi di vite facendoli scendere nelle gambe. Qualche colpo di martello li fa entrare interamente e spinge fino in fondo la vite.
  7. La superficie di piano e sedute viene levigata. Con la carta abrasiva già un po’ consumata si stondano tutti gli spigoli.
  8. Più mani di impregnante effetto cera ad alta protezione del legno esposto all’aperto completano il lavoro.